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“Musei, basta scioperi per tenerli aperti precetteremo i custodi”, di Francesco Erbani

La parola chiave, una parola quasi magica, è: precettazione. Il ministro dei Beni culturali Dario Franceschini, infuriato per il ripetersi delle agitazioni sindacali che a Pompei impediscono l’accesso agli scavi, sceglie una linea dura. Anzi durissima: «Mi sono attivato per una modifica normativa che aggiunga l’apertura dei luoghi della cultura all’elenco dei servizi pubblici essenziali. Una nuova norma che consenta di ricorrere, in casi eccezionali, alla precettazione del personale per scongiurare le chiusure e tutelare i diritti dei visitatori».
L’annuncio del ministro giunge proprio mentre nel sito archeologico campano — 2 milioni e mezzo di visitatori ogni anno — si è raggiunta una tregua fra il soprintendente Massimo Osanna e le sigle sindacali che promuovono la mobilitazione. Una tregua fragile in un ambiente dove le tensioni si accumulano. E dove ormai si dispera di portare a compimento il Grande progetto (restauri finanziati con fondi europei) al quale si affida il riscatto di Pompei. Ma il proposito di Franceschini va oltre l’area archeologica vesuviana: considerare i luoghi della cultura — musei, siti archeologici e monumentali — servizi pubblici essenziali apre una partita che investe il diritto del lavoro e i diritti sindacali. Fino a quelli costituzionali.
Roberto Alesse, presidente dell’Autorità di garanzia per gli scioperi nei servizi pubblici, sostiene che sia «utile discutere se ampliare le tutele, previste dalla legge 146 del 1990 sull’esercizio del diritto di sciopero, per i cittadini-utenti». Infatti, aggiunge, «la legge, ad oggi, prevede che solo la tutela e la salvaguardia del patrimonio storico-artistico sia da considerarsi un servizio pubblico». La tutela e la salvaguardia vanno garantiti assicurando servizi minimi anche in caso di sciopero (come per il settore dei trasporti o della giustizia). Non l’accesso dei visitatori.
Ma si può giungere a imporlo con una norma? L’Autorità di garanzia assicura che verrà aperto un tavolo tecnico con sindacati e governo. E Raffaele Bonanni, segretario generale della Cisl (una delle sigle sindacali che aveva promosso l’agitazione a Pompei, poi sconfessata dai vertici nazionali), sembra favorevole almeno a discutere «un quadro di regole» fra organizzazioni sindacali e amministrazioni pubbliche «per evitare che ogni fisiologico contrasto sfoci nell’interruzione del servizio pubblico e della fruizione dei beni archeologici e architettonici».
Il caso che ora ha investito Pompei ha un precedente. Nel giugno dello scorso anno, per un’agitazione dei lavoratori del ministero, vennero indette assemblee che imposero la chiusura, a Roma, del Colosseo, di Palazzo Massimo, delle Terme di Diocleziano e di Caracalla. Per alcune ore migliaia di visitatori restarono in coda bruciati dal sole. Secondo Claudio Meloni, coordinatore Cgil dei dipendenti dei Beni culturali, la proposta di Franceschini «è inattuabile e presenta anche profili di incostituzionalità». Meloni è severo con le organizzazioni sindacali che hanno bloccato Pompei, «pur condividendo le ragioni dei lavoratori, in particolare per il pagamento degli arretrati». Ma nel sito archeologico non si è indetto uno sciopero, insiste, «bensì un’assemblea, regolata da una legge: e dato che il personale è ridotto ai minimi termini, essendosi assentati molti lavoratori, si è deciso di chiudere gli scavi perché non c’erano i requisiti essenziali di sicurezza ». Le agitazioni rispondono a tattiche «suicide e controproducenti», ma, conclude Meloni, «occorre prendere atto che, a quattro anni dalla legge speciale per Pompei, non si vede la fine del progetto per rimettere in sesto il sito archeologico».

La Repubblica 23.06.14

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