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Renzi: “Il mio programma dei mille giorni", di Francesco Bei

Ecco il «programma dei mille giorni». Quello che traghetterà l’Italia fino alla fine della legislatura. Matteo Renzi, abituato a scartare di lato, a non farsi trovare dove uno se lo aspetta, oggi sorprenderà deputati e senatori convocati per ascoltare la solita litania sulle «linee guida del semestre di presidenza italiana dell’Ue». E invece no. O almeno non solo. Perché nella visione del premier le riforme interne sono le fondamenta su cui costruire quella «nuova Europa» che inizia a scorgersi dietro le formule astratte del documento Van Rompuy.
Tutto si tiene nella testa di Renzi. E allora ha senso dare più respiro all’appuntamento di oggi in Parlamento, rompendo la consuetudine dei discorsi scritti dai consiglieri diplomatici. Il premier ci ha lavorato tutto il giorno a palazzo Chigi, ma quello che filtra sono solo i cinque capitoli su cui impostare «l’agenda dei mille giorni». Le cinque grandi aree di intervento per «cambiare l’Italia cambiando l’Europa»: pubblica amministrazione, lavoro, scuola, sanità, giustizia. Le riforme, come l’abolizione delle province e la fine del bicameralismo, non solo soltanto un «fuoco di paglia iniziale», ma costituiscono la ragion d’essere di un governo che intende andare avanti fino alla fine della legislatura. E portare a termine quel «cambiamento radicale» del paese promesso fin dai tempi della prima Leopolda.
La stessa visione ispira le mosse del governo in Europa. Ne sono stati testimoni i presidenti dei gruppi parlamentari europei ricevuti da Renzi ieri mattina a palazzo Chigi insieme ai sottosegretari Sandro Gozi e Benedetto Della Vedova. Da Martin Schultz a Guy Verhofstadt, dalla verde Rebecca Harms a Barbara Spinelli. Un discorso in inglese, a braccio, tutto centrato sulla necessità di un «radical change», un cambiamento radicale, appunto, del modo di essere dell’Unione: «Noi siamo qui per interpretare la forte domanda di cambiamento che si è espressa alle ultime elezioni — ha detto Renzi — e io stesso ho vinto dicendo che l’Europa deve tornare ai suoi valori di fondo. L’Europa per le generazioni precedenti è stata un sogno. Oggi l’assenza di Europa è diventata un incubo per tanti. Vogliamo che l’Europa torni a essere un sogno per tutti ».
Alzare il livello di ambizioni sul piano delle riforme ha anche un risvolto più prosaico sulla trattativa per i posti di comando nel nuovo assetto confederale. Tra i «top jobs» c’è anche l’Alto rappresentante per la politica estera su cui Renzi, come anticipato da Repubblica , ha messo gli occhi. La candidata italiana è Federica Mogherini, e ora si viene a sapere che sul suo nome si è già aperta
a Parigi una discussione riservata tra i leader socialisti riuniti da Hollande sabato scorso. Nulla di deciso ovviamente, ma una presa d’atto della richiesta di Roma e una prima valutazione di fattibilità. E il consenso, a quanto pare non è mancato. Il problema è che la titolare della Farnesina — ieri ha confermato che la sua candidatura «è un’ipotesi » sul tavolo — ha di fronte due competitor altrettanto agguerriti. Il ministro degli esteri polacco Radoslaw Sikorski e la commissaria uscente alla Cooperazione, Kristalina Georgieva, bulgara, stimata a Bruxelles. Sikorski sembra tuttavia perdere terreno, azzoppato da uno scandalo interno e dall’eccessiva esposizione anti-russa sul caso Ucraina. E a favore della Mogherini ieri si è avuta una prima, importante, presa di posizione da parte del ministro degli Esteri olandese, Frans Timmermans, per il quale «senza dubbio è una buona candidata ». E chissà quanto avrà giocato a favore della Mogherini il fatto che Timmermans sia un’amante dell’Italia oltre che un tifoso della A.S. Roma. Comunque non sarà una passeggiata. Certo Mogherini è stata la regista dell’ingresso del Pd nel Pse e c’è un ricordo positivo di lei nella famiglia socialdemocratica. Ma, come ha fatto notare oggi a palazzo Chigi la capogruppo verde Rebecca Harms, per il posto di Alto rappresentante «serve una persona di esperienza, grande esperienza». E la breve stagione della Mogherini alla Farnesina potrebbe essere un handicap.
Ma Roma, nonostante tutto, ci sta lavorando.
Anche contro il parere di quelle cancellerie che puntano, nel prossimo vertice europeo – giovedì e venerdì prossimi – a indicare solo il presidente della Commissione. «Niente affatto, è meglio uscire dal vertice con tutta la squadra, con gente nuova e giovane», ha obiettato Renzi. Già Jean Claude Juncker non è il massimo del rinnovamento percepito, sarebbe un brutto segnale per i cittadini se il «manuale Cencelli» bloccasse il resto del pacchetto.
Quanto ai contenuti, palazzo Chigi ha consegnato a Van Rompuy il documento con i suggerimenti per la nuova piattaforma programmatica. Al manifesto italiano ci ha lavorato Sandro Gozi ed è ribattezzato «a fresh start for the European Union», un nuovo inizio per l’Unione. «È arrivato il tempo vi si legge – di ripensare una più efficace strategia politica per riportare la crescita, creare posti di lavoro e promuovere la coesione».

La Repubblica 23.06.14

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