attualità, politica italiana

"Meno burocrati e più computer. Così si cambia", di Mario Deaglio

Nonna Angela si è lasciata davvero convincere dalle parole del nipotino Matteo e dalla necessità di una maggiore flessibilità e di obiettivi più ambiziosi perché l’Europa non avvizzisca? Forse sì: se Angela Merkel è saldamente alla guida del più potente Paese europeo da quasi nove anni è perché ha saputo riconoscere i segni del cambiamento, li ha forse talora smorzati ma non si è mai messa per traverso. Si può quindi supporre che non si lascerà troppo tirare per la giacca dal suo eccellente ministro delle Finanze, Wolfgang Schauble che ha subito messo le mani avanti per dire un giustificato «no» a un allentamento puro e semplice delle regole sul debito pubblico. Nella sua costante ricerca di soluzioni pragmatiche, Angela Merkel non può non tener conto del peso sopportato dai bilanci famigliari di centinaia di milioni di europei, e in particolare dagli oltre trenta milioni di disoccupati e sottoccupati, per rimettere deficit e debito su una carreggiata sostenibile. E’ quindi ragionevole che guardi senza preclusioni all’impostazione del giovane primo ministro italiano e all’accattivante prospettiva di mille giorni per fare le riforme.

A questo punto il problema è molto semplice: come si fa, soprattutto in Italia, a trasformare le parole in programmi, i buoni propositi in leggi, l’utopia dell’efficienza pubblica in realtà? Almeno per l’Italia, la risposta, nelle sue linee generali, è anch’essa molto semplice anche se di non facile realizzazione: si tratta trasformare uno stato che si regge ancora su una poderosa impostazione organizzativa «sabauda» in uno stato «californiano», un termine che si riferisce alla rivoluzione organizzativa e civile che, partita dalla California, ha scandito, negli ultimi trent’anni, i tempi del rinnovamento informatico.

In questo senso, le attitudini «rottamatorie» del presidente del Consiglio troveranno amplissimo spazio per esercitarsi. Attualmente, gli organi pubblici si bilanciano e controbilanciano, fino a rallentare assurdamente, o spegnere del tutto, ogni nuova iniziativa (tanto da indurre il presidente della Confindustria a parlare di «sabotaggio della crescita» da parte dell’amministrazione pubblica). Si tratta di passare a un’amministrazione pubblica dai percorsi decisionali meno tortuosi, con un numero minore di gradi gerarchici e con garanzie per i dipendenti non superiori a quelle dei normali lavoratori.

E’ necessario abbandonare la cultura dei «diritti acquisiti» – che, portata al limite, impedisce di fare qualsiasi cosa – per la cultura del «futuro da acquisire». Non hanno spazio in uno schema di questo genere le assemblee sindacali «selvagge», come quella che ha bloccato le visite a Pompei in piena stagione turistica e occorre superare il tabù del «mansionario»: in base al «mansionario», almeno fino a non molto tempo fa, i bidelli delle scuole per contratto non potevano usare una scala, con il risultato che per pulire la parte alta dei vetri delle aule bisognava chiamare un’impresa esterna, magari indicendo una gara, al termine della quale era possibile un ricorso da parte di chi non aveva vinto. Per cui l’anno scolastico finiva (finisce) prima che i vetri fossero (siano) puliti.

Questi principi guida devono essere applicati a una realtà in cui l’informatica permette radicali miglioramenti di qualità del servizio. Tentativi di rinnovamento in questo senso non mancano ma hanno finora avuto carattere episodico. L’invio a domicilio a milioni di contribuenti del modello 730 personalizzato e precompilato mostra come cercar di realizzare un diverso rapporto tra burocrazia e cittadini. L’informatica oggi permette di riorganizzare la sanità pubblica dando sempre maggiore spazio alla prevenzione, con diagnosi precoci e risparmio di spese per i ricoveri. Sempre l’informatica può consentire la rimodulazione dell’insegnamento, quanto meno nelle università e nelle scuole superiori, superando i calendari fissi degli esami e degli appelli, non troppo diversi da quelli dei tempi del buon re Carlo Alberto.

Per muoversi in questa direzione è necessario uno sforzo coordinato per il ridisegno di ogni tipo di organo dell’amministrazione pubblica. Può essere realizzato in tempi non solo certi ma anche brevi, come mostrano quotidianamente le grandi riorganizzazioni delle multinazionali e deve essere integrato da un piano di investimenti, soprattutto di carattere informatico.

Tutto ciò fa sorgere problema – alla base di molte resistenze sotterranee alle riforme amministrative – del personale pubblico in eccesso. Non ci sono risposte preconfezionate ma bisogna costruirle strada facendo, privilegiando la via del consenso. La mobilità obbligatoria del posto di lavoro, entro i cinquanta chilometri, la flessibilità degli incarichi e delle qualifiche, contenute nel recente decreto approvato dal governo, rappresentano un passo in una direzione accettabile. Si potrebbe poi considerare, a livello dirigenziale, l’introduzione, dove ragionevolmente applicabile, di un sistema retributivo simile a quello da tempo in vigore nelle imprese private, con un’importante componente variabile, legata al raggiungimento di obiettivi fissati per le diverse funzioni, e a una base fissa, ovviamente più bassa dell’attuale.

Naturalmente non è detto che l’esperimento di Renzi possa davvero aver luogo né che produca i benefici sperati. In Italia, il «sabotaggio del nuovo» non riguarda soltanto le imprese; nel Dna del Paese c’è una tendenza atavica a non cambiare mai nulla. Per fortuna, lo stesso Dna ha anche molte altre componenti che in passato hanno consentito cambiamenti insperati e di portata eccezionale, come il «miracolo economico» degli Anni Cinquanta e Sessanta. Quello che oggi serve è un «miracolo burocratico», senza il quale non riusciremo a imboccare la via della nuova crescita e nel giro di un paio di decenni l’Italia si ritroverà in uno stato di povertà relativa. E un’Europa che parlasse soltanto di tagli alle spese ci seguirebbe a ruota.

La Stampa 25.06.14

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