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"Dall'asilo all'università, scuola vuol dire sfiducia", di Raffaello Masci

I numeri del Censis raccontano la delusione degli italiani. Meno iscritti e più abbandoni: e aumentano i ricorsi al Tar

La scuola ha deluso. Mettiamola così: è sempre il veicolo principale del sapere, è sempre quel percorso da cui non si può prescindere. Ma la promessa che si sintetizzava nello slogan «più studi, più lavori (e più guadagni)» non è più credibile. Almeno per i ragazzi italiani degli anni della crisi: ci si iscrive di meno alle superiori, si abbandona più facilmente e si diserta l’università ogni giorno di più. È la fuga dall’istruzione quella su cui fa un focus il Censis in una ricerca presentata ieri? Forse no. È presto per dirlo. Ma è certo che «aumenta la sfiducia nella scuola come strumento di mobilità sociale», come annuncia il centro studi presieduto da Giuseppe De Rita. Non si crede più, in sostanza, che studiando si possa migliorare la propria condizione sociale ed economica. E i numeri assecondano questa sensazione, tant’è che se si osserva la generazione dei ventenni di oggi che hanno una occupazione, si rileva che solo il 16,4% fa un lavoro che lo colloca in un gradino sociale superiore a quello dei suoi genitori, e addirittura il 29,5% quel gradino lo ha disceso e sta peggio di mamma e papà. Alla faccia della maggiore istruzione. Non solo. Se andiamo a vedere quelli che di scuola ne hanno fatta tanta e sono riusciti a laurearsi, si scopre che fanno, in quasi il 37% dei casi, un lavoro talmente dequalificato da rendere inutile la loro laurea. E lo stesso discorso vale per il 32% dei diplomati. Si penserà che la colpa è delle lauree «deboli», quelle in Lettere, Filosofia e chiacchiere varie, ma non è così, perché la sottoccupazione vale per queste lauree in misura del 43,7%, mentre per quelle «spendibili» economia, statistica si arriva addirittura al 57,3%, e perfino i tanto osannati ingegneri si ritrovano a fare lavoretti in ragione di uno su tre. E dunque «chi se ne frega della scuola» è il nuovo sentire dei giovani italiani, che si avvicinano alle aule con sempre meno motivazioni. Tant’è che cambiano indirizzo con frequenza e con altrettanta frequenza abbandonano: il 28% di chi comincia le superiori non le finisce, consolidando un tasso di dispersione scolastica di 10 punti superiore alla media europea. Una catastrofe. E uno spreco di risorse economiche e umane. Quanto all’università, peggio ancora: le immatricolazioni si sono ridotte del 3,3% da un anno all’altro (9.500 studenti in meno) e dopo il primo anno abbandona più de115%. Per contro, cresce la massa di chi va a studiare all’estero: «Tra il 2007 e il 2011 il numero di studenti italiani iscritti in università straniere è aumentato del 51,2%». Non meraviglia, allora, che gli insegnanti siano più sfiduciati degli studenti: «Il 33,5% dei dirigenti scolastici lamenta che l’atteggiamento prevalente tra il personale è la demotivazione, mentre il 24,6% sottolinea che l’atteggiamento collaborativo da parte delle famiglie è diminuito». E che nessuno si azzardi a bocciare: sono 1.500 i ricorsi al Tar solo per lo scorso anno, il 17% in più dell’anno prima.

da La Stampa

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