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"Il diritto di respirare", di Gad Lerner

Il groviglio di corpi accatastati nei barconi fino a provocare la morte per soffocamento di chi sta sotto, è la diretta conseguenza del monopolio sul trasporto marittimo dei migranti che noi europei abbiamo concesso alle organizzazioni criminali. Stiamo uccidendo migliaia di innocenti e stiamo arricchendo le nuove mafie transnazionali. Noi che ci indigneremmo se in simili condizioni venissero stipati gli animali destinati al macello, accettiamo che degli umani vengano caricati sui battelli a cinghiate come bestiame.
Quello che i sopravvissuti tra di loro chiamano pudicamente “il viaggio”, ma solo in pochi avranno il coraggio di rievocarlo, è la cruna dell’ago del mondo contemporaneo. Chi lo intraprende sa cosa rischia: ormai depredato di tutto, imbarcandosi è come se entrasse per sua volontà in stive le cui pareti metalliche possono trasformarsi in camere a gas, fatale ultimo azzardo dopo un’infinità di torture subite.
Uomini, donne e bambini muoiono sotto i nostri occhi in uno stretto braccio di mare per disidratazione, per affogamento e ora anche per mancanza d’aria. È grottesco pensare di disincentivarli inasprendo i controlli o negando loro accoglienza. Le sofferenze che li hanno sospinti a partire e le violenze già subite lungo il tragitto, sono incommensurabili col nostro potenziale dissuasivo.
Meritano il nostro rispetto le unità della Marina militare che con scarsità di mezzi si prodigano nei salvataggi, riscattando il disonore dei giorni in cui eseguirono l’ordine dei respingimenti. Ma è evidente che Mare Nostrum è solo un palliativo, là dove andrebbe creato subito un corridoio umanitario, ovvero un servizio civile di traghetti e voli charter per smistare razionalmente i migranti in varie destinazioni europee.
Nel recente Consiglio dell’Ue è stato ancora una volta eluso l’imperativo di un “mutuo riconoscimento” delle decisioni di asilo. Si perpetua l’assurdità per cui tale diritto di asilo viene riconosciuto solo nello Stato membro che l’ha concesso. Ne deriva una prassi ipocrita: le autorità italiane evitano tacitamente di procedere all’identificazione dei migranti approdati sulle
nostre coste ma desiderosi di farsi riconoscere lo status di rifugiati in nazioni più accoglienti. Così, per favorire la loro ripartenza, dopo quello degli scafisti incrementiamo pure il trasporto illegale via terra dei passeur. Siamo apprendisti stregoni, favoriamo il riciclo di enormi profitti spesso destinati all’acquisto di armi con cui verremo minacciati e poi forse aggrediti.
Sappiamo bene che la tragedia storica delle migrazioni dalla sponda sud del Mediterraneo divide lo nostre coscienze. Il leader del principale partito di opposizione si è dichiarato contrario a aiutare i migranti perché altrimenti «finiremmo con percentuali di voto da prefisso telefonico ». L’estrema destra impersonata da Salvini resuscita la fandonia dell’«aiutiamoli a casa loro» dopo che per anni i governi che appoggiava hanno tagliato i fondi della cooperazione, favorito l’esportazione di armi, sostenuto gli aguzzini di quei popoli.
Lo stesso disimpegno europeo, che Juncker non rimedierà certo con la nomina di un commissario ad hoc , rischia di far solo da foglia di fico perché maschera inadempienze tutte italiane. Come non riconoscere un segno plateale del declino che ci affligge nel nostro essere contemporaneamente un paese sempre più vecchio e un paese restio a aggiornare le sue normative per l’integrazione dei flussi migratori. Matteo Renzi, un maestro nella conquista del consenso popolare, ha una spiccata tendenza a eludere le questioni che dividono l’opinione pubblica. Lo testimonia il dirottamento a Strasburgo di Cécile Kyenge, forse la principale novità del governo precedente. E lo conferma la messa in sordina della cittadinanza per i bambini stranieri residenti in Italia.
Eppure il cataclisma euromediterraneo in cui si trova immerso il nostro paese, per quanto difficile da gestire, ne rappresenta anche l’unica prospettiva futura di rinnovamento. Viviamo in un’epoca che ha visto schizzare a 51,2 milioni nel 2013, secondo l’ultimo rapporto Global trends dell’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i profughi, il numero dei migranti forzati. Molti di loro sono sfollati interni che aspirano a fare ritorno non appena possibile alle proprie case. Ma i fuggiaschi sono aumentati di ben 6 milioni nel giro di un solo anno. La Siria, la Repubblica Centrafricana e il Sud Sudan si aggiungono all’Eritrea, alla Somalia e in parte al Maghreb come luoghi in cui vivere è quasi impossibile. Gli apolidi sono circa 10 milioni, di cui solo un terzo effettivamente censiti.
Di fronte a un tale sommovimento neanche se lo volesse l’Europa potrebbe trasformarsi in una fortezza. Del resto, nella prima metà del secolo scorso, furono gli europei a emigrare in decine di milioni verso le Americhe e l’Australia. Ora al vecchio continente tocca gestire un flusso inverso, riconoscendo a noi prossima l’umanità dei miserabili in cammino. L’osmosi è un destino ineluttabile, da programmare con lungimiranza. Tanto per cominciare, abbiamo gli strumenti civili, tecnologici e militari per debellare le organizzazioni criminali che lucrano sul commercio di vite umane. La Libia, anche per nostra colpa, è caduta nelle mani di signori della guerra cui va sottratto il potere territoriale di smistamento dei migranti. Creare delle enclaves per il soccorso, l’identificazione e il trasporto sicuro è meno pericoloso che subire il loro predominio.
Il semestre europeo dell’Italia ci assegna un compito strategico, da assolvere con pietà e efficienza. Traghetti subito. Mutuo riconoscimento delle domande d’asilo. Monitoraggio comune e equo smistamento. Affinché nessuno muoia più soffocato dal corpo di un padre o di un fratello.

La Repubblica 01.07.14

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