attualità, cultura, politica italiana

"La missione di Telemaco", di Massimo Recalcati

Intanto perché Telemaco — o il suo complesso come ho titolato un mio libro di due anni fa — , diversamente da Edipo, non vive nell’antagonismo mortale e sterile nei confronti dei padri come è accaduto per le generazioni del ‘68 e del ‘77. Telemaco si configura piuttosto come l’immagine del figlio giusto, cioè del giusto erede. Essere figli giusti, essere giusti eredi, significa riconoscere il debito simbolico con chi è venuto prima di noi. È entrare in una relazione generativa con i nostri avi. Questo ha fatto Renzi nei confronti dei padri costituenti dell’Unione Europea.
Il riconoscimento del debito è la condizione necessaria per essere giusti eredi. Ma Telemaco e con lui le nuove generazioni, sa bene che l’eredità non è acquisizione passiva di rendite, di beni o di geni. Piuttosto — come ricordava nell’ultima frase scritta di suo pugno il padre della psicoanalisi citando Goethe — per possedere davvero quello che i padri hanno lasciato devi riconquistarlo. È questo il movimento più autentico dell’ereditare. Ecco perché Telemaco non è solo una figura della nostalgia. Egli non si limita ad attendere dal mare il ritorno glorioso del padre per riportare la Legge ad Itaca offesa dai Proci. Non assomiglia per nulla ai personaggi beckettiani di Aspettando Godot che restano paralizzati nell’attesa di essere salvati. È necessario invece che il figlio si cimenti nel suo proprio viaggio e che corra il pericolo più grande, è necessario che sfidi il mare. È con il viaggio di Telemaco e non con quello di Ulisse che si apre l’Odissea di Omero. I Proci attentano la vita del figlio che vuole ristabilire la Legge nella sua città. Eppure i nostri figli — Matteo Renzi compreso — , diversamente da Telemaco, non sono figli di re, non ereditano regni. Piuttosto viene lasciato loro un mondo incerto, senza futuro e senza speranza. Ma il figlio giusto, il giusto erede, è anche colui che sa assumere fino in fondo la propria responsabilità. L’etimologia del termine erede — come ha mostrato bene Massimo Cacciari — viene infatti dal greco cheros che significa spoglio, deserto, mancante e che rinvia a orphanos, orfano. Questo significa che è solo il viaggio del figlio che rende possibile la fondazione di una nuova alleanza tra le generazioni.
Il nostro tempo non è il tempo degli adulti che non esistono più e di cui la crisi della politica è stata una delle manifestazioni più acute. I padri si sono persi nella maschera paradossale di una giovinezza che non vorrebbe mai finire confondendosi coi loro figli. La notte dei Proci che ha caratterizzato i nostri ultimi venti anni è anche la notte di una caduta della differenza simbolica tra le generazioni. Oggi è il tempo dei figli e del loro viaggio: Telemaco, diversamente da Edipo non vuole la pelle del padre, non rifiuta la filiazione, non entra in un conflitto mortale con i suoi avi. Sa che per riportare la Legge ad Itaca bisogna unire le forze, bisogna rifondare un patto tra le generazioni.

La Repubblica 03.06.14

Condividi