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"Lavoratrici madri, ecco alcune cose che dovete sapere", di Teresa Bellanova*

Qualche giorno fa la rievazioe periodica dell’Istat su occupati è tornata ad accendere i rifettori sullo stato del mercato del lavoro nel nostro Paese, e in particolare sulle donne.
Puurtroppo, ancora, nessuna novità: le donne faticano a essere presenti nel mercato del lavoro, scontano difficoltà diverse e di diversa natura, dai differenziali retributivi, al tetto di cristallo, alle illegalità perpetrate utilizzando il vergognoso strumento della firma delle dimissioni in bianco. Su queste ultime il Parlamento si è espresso in maniera forte proprio di recente, approvando una legge moderna e avanzata.

Tuttavia, più spesso e più semplicemente parliamo di carenza di politiche e di servizi alle famiglie e all’infanzia, che comporta l’impossibilità per le donne, in particolare per le madri, di tenere insieme lavoro e vita privata. È un Paese paradossale, il nostro, nel quale grande importanza si attribuisce al ruolo della famiglia nella società, e giustamente, e si rischia poi di trascurare i modi e gli strumenti con i quali questo ruolo può essere sostenuto. Un Paese nel quale il 22% delle donne occupate in gravidanza non lavora più a due anni dal parto, nel Mezzogiorno addirittura il 29%. Nel quale quasi il 43% delle donne con figli piccoli – sono dati dell’ultimo rapporto annuale dell’Istat – lamenta la difficoltà di «conciliare» carriera e maternità. La maggior parte ricorre ai nonni, e in secondo luogo ai nidi pubblici e (soprattutto) privati.

È evidente, dunque, che c’è un tema non più procrastinabile, sul quale è rimasto poco, o poco di nuovo da com- mentare, e sul quale bisogna agire, proprio sfruttando questi dati che, per quanto negativi, ci aiutano a inquadrare la situazione e a programmare interventi. Senza servizi alle famiglie, è assai difficile che maternità e lavoro possano diventare un binomio concreto. Al contrario, dove sono presenti servizi e misure di sostegno, le donne lavorano in tante e fanno figli, decidendolo in libertà. Come dovrebbe essere normale. Anche nel nostro Paese.

Tra le tante e doverose misure che si possono adottare, una è già contenuta nella legge n.92 del 2012, e prevede per la madre lavoratrice, che al termine della maternità obbligatoria rientra a lavoro, in alternativa al congedo parentale, un voucher per l’acquisto di servizi di baby sitting o di un contributo per la retta di asili pubblici o privati accreditati, dell’importo di 300 euro mensili per sei mesi. La richiesta deve essere effettuata dalla madre lavoratrice rispondendo per via telematica in un arco temporale limitato a un bando emesso dall’Inps (il meccanismo è simile a quello del cosiddetto click day). Probabilmente nel 2013 la misura è stata scarsamente pubblicizzata; le modalità non semplici per la richiesta del bonus, le scadenze per la pre- sentazione della domanda troppo strette, l’importo non sufficiente, hanno contribuito ad un risultato insoddisfa- cente del primo anno di erogazione. Eppure, per quanto limitati, i fondi non sono pochi: 20 milioni di euro stanziati per ciascun anno dal 2013 al 2015. Per il primo anno le beneficiarie effettive sono state meno di 4000, ed è stato speso poco meno di un quarto dei fondi disponibili. Per questo motivo abbiamo condotto una verifica delle modali- tà di richiesta ed erogazione del bonus, ed effettivamente abbiamo riscontrato che una misura tanto importante per la conciliazione dei tempi di vita e di lavoro, così com’è non centra l’obiettivo, non solo perché non risolve il problema ma anzi c’è il rischio che importanti stanziamenti, in tempi di risorse scarse, restino inutilizzati o vengano destinati ad altro.

Dunque, in tempi brevi saranno effettive queste novità: la madre che rientra al lavoro può richiedere entro il 31 dicembre (senza più dover rincorrere il click day) un contri- buto da utilizzare per pagare la baby sitter o per l’asilo nido pubblico o privato accreditato; da 300 euro mensili il contributo passa a 600; il beneficio viene esteso anche alle lavoratrici del pubblico impiego, prima escluse. Stiamo la- vorando perché la misura così modificata sia operativa nel più breve tempo possibile. Ed è preciso obiettivo del Mini- stero del Lavoro recuperare i fondi rimasti inutilizzati nel 2013, rimetterli a disposizione della misura evitando che siano impiegati per scopi diversi.

Infine. Abbiamo estrema necessità che le donne sappia- no che questi strumenti esistono, e che siano messe in gra- do di usarli. La consapevolezza, l’informazione, sono la prima arma di contrasto all’esclusione, anche nel mondo del lavoro. Per questo, metteremo a punto una campagna di informazione, ma intanto è indispensabile la collabora- zione degli organi di informazione e, soprattutto, della re- te delle donne.
*Sottosegretaria al Ministero del Lavoro e delle Politiche sociali

da L’Unià

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