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"Non mi pento di nulla, rifarei tutto", di Giovanni Egidio

«Dove ho sbagliato? Non lo so, non chiedetemelo oggi. So però che c’è una sentenza di condanna in appello, e so che le sentenze si rispettano, anche politicamente. Quindi, me ne vado. Con enorme amarezza, penso possiate capirlo, ma me ne vado».
Alle 14 e 40 i giudici escono dalla camera di consiglio e leggono il dispositivo che infligge un anno di pena a Vasco Errani per “falso ideologico”. Nemmeno un’ora dopo, alle 15 e 30 esce il comunicato della regione a firma del governatore: “Mi dimetto ma rivendico la mia onestà”.
Lui è a Ravenna e da lì non si muoverà per tutto il giorno. Ma non è una decisione che nasce nel salotto di casa, nulla viene dettato di getto. «Chi mi conosce lo sapeva, e penso che ormai mi conoscano in tanti. Se c’era la condanna ero pronto a lasciare, questo era chiaro e deciso da tempo». Dimissioni irrevocabili, ovviamente, e pronte nel cassetto. «Non farò come Formigoni » aveva detto agli amici già nei mesi scorsi. Per questo non tornerà indietro, nonostante la segreteria nazionale del Pd gli abbia chiesto subito di ripensarci, nonostante Renzi gli abbia telefonato per ribadirgli tutta la stima. No, Errani non ci ripenserà. Figurarsi, nemmeno ha rimpianti per quel “falso ideologico” che macchia la sua carriera alla guida della regione rossa durata quasi 15 anni, nato da una dichiarazione spontanea che il governatore emiliano decise di inviare in procura.
Un autogol clamoroso, secondo i più. Una accusatio manifesta dopo una excusatio non petita, evidentemente, secondo i giudici. Insomma, un errore non da Errani.
«Piano, piano. Da un punto di vista strettamente processuale è chiaro che se io non avessi spedito quella lettera per dimostrare la mia estraneità ai fatti, non sarei mai stato coinvolto in questa vicenda processuale. Quindi, se volete, voi chiamatelo pure un errore. Però resta il fatto che io rifarei tutto dalla a alla zeta, e questo vorrei che fosse chiaro. Perché un conto è la strategia, un conto sono io, la mia rispettabilità, il mio senso del dovere. E io, per senso del dovere, ho ritenuto giusto inviare quel testo ai giudici. Loro sostengono che io abbia mentito? Benissimo, rispetto la magistratura come ho sempre fatto e ne traggo le conseguenze. Però ricorro in Cassazione, com’è nel mio diritto. E tengo a precisare che in tutto questo processo non è mai stato dimostrato, dico mai, che una mia decisione o un mio atto abbia influito sull’erogazione di fondi alla cooperativa Terremerse presieduta da mio fratello. Io sono accusato di altro, sono accusato di aver ricostruito in modo mendace la procedura seguita dalla regione. Ma siccome continuo a pensare che non sia vero, mi appellerò». Per il giudice di primo grado, che si espresse nel novembre del 2012, il fatto non sussisteva. Tant’è che Errani Vasco venne assolto con formula piena. Poi la procura guidata da Roberto Alfonso decise di appellarsi, addirittura rilanciando. Un anno aveva chiesto in primo grado, due anni fu invece la richiesta in appello. «Errare è umano, perseverare è diabolico», commentò l’avvocato Gamberini, subentrato nella difesa di Errani dopo che la fatidica lettera in procura era già stata inviata, e cioè i buoi erano già scappati.
Il mondo politico emiliano romagnolo non avrà molto tempo di riflettere sulla condanna al governatore di sempre, perché le dimissioni immediate aprono la via alle elezioni anticipate. Si sarebbe dovuto votare nella primavera del 2015, si voterà con ogni probabilità il prossimo autunno. Da qui ad allora cosa succederà?
«Sinceramente non ho avuto modo di guardarci bene, comunque studieremo lo statuto e al solito rispetteremo le regole. L’unica certezza che avevo in questi giorni era che da condannato non potevo restare. E infatti non resterò. Della poltrona non mi interessa nulla, dell’onore delle istituzioni e del mio, invece sì».
Dal primo pomeriggio e fino alla tarda sera di ieri, sono continuati a piovere attestati di stima e telefonate di affetto, sostegno, solidarietà. Errani ha rappresentato a lungo il meglio del buon governo di sinistra, l’eredità del vecchio Pci sposata al riformismo emiliano. Perfino l’uomo del dialogo col nemico, voluto e riconfermato dallo stesso Berlusconi per presiedere la conferenza Stato-Regioni. Il leader indiscusso in Emilia, scelto anche da Bersani per affiancarlo in campagna elettorale alle ultime politiche, quando il Pd arrivò primo ma non vinse. Non è salito sul carro di Renzi dopo le primarie, Renzi però è salito da lui in Emilia per visitare le zone terremotate, riconoscendogli un “lavoro straordinario” nella riorganizzazione del dopo sisma. Ieri Errani è restato tutto il giorno a Ravenna, ma non è detto che ci rimanga a lungo.  

da La Repubblica

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“L’addio di Errani (con l’onore delle armi) è più politico che giudiziario”, di Stefano Folli

Un epilogo personale che dice molto anche sulla storia di un Pd in via di trasformazione
Le dimissioni del presidente dell’Emilia Romagna, Vasco Errani, dopo la condanna in appello a un anno per falso ideologico, rappresentano un evento politico tutt’altro che secondario. Il personaggio ha avuto un ruolo di primo piano nella storia del post-comunismo italiano. Per quindici anni al vertice della regione “rossa” per eccellenza, a lungo presidente della conferenza Stato-Regioni, un rango elevato nel suo partito, amico di Bersani ma rispettato e stimato dai “renziani”: il ritratto di Errani è ben descritto da questi particolari e altri se ne potrebbero aggiungere.
La condanna in appello nel processo “Terremerse” è giunta dopo un’assoluzione in primo grado e ha lasciato il segno nel Partito Democratico. Intorno ad Errani si è creato subito un cordone di solidarietà, gli attestati di stima si sono moltiplicati. La segreteria del Pd gli ha chiesto “pro forma” di ritirare le dimissioni, peraltro date di slancio dall’interessato subito dopo aver avuto notizia della sentenza giudiziaria.
E qui naturalmente sono affiorate le polemiche. Come mai, si è domandato qualcuno, questo grande abbraccio a Errani quando invece il sindaco di Venezia, Orsoni, è stato abbandonato al suo destino appena poche settimane fa? Perché il “garantismo” a intermittenza? Ma la questione è mal posta e il parallelo non regge. Essere garantisti, soprattutto nel Pd, non significa essere ciechi o incapaci di distinguere le situazioni sul piano giudiziario e politico. Errani è un pezzo della storia vivente del Pd, così come ha preso forma in anni travagliati. Quale presidente dell’Emilia Romagna ha tutelato grandi e compositi interessi, ma sulla sua onestà personale in tanti sono disposti a giurare, amici e meno amici.
La vicenda di Orsoni è tutt’altra e rinvia alla storia oscura del Mose. Inoltre l’ex sindaco di Venezia tentò di restare in carica dopo il patteggiamento, lanciando obliqui segnali a chi era in grado di intenderli. Errani, viceversa, ha avuto l’intelligenza di lasciare la sua carica senza esitazioni, pur proclamando la propria innocenza. A Bologna, dopo tre lustri di governo, la sua parabola era comunque conclusa e ora il ricorso in Cassazione servirà a restituirgli l’onore (e con esso magari un nuovo incarico) oppure a consegnarlo all’oblìo politico.
In ogni caso fra Errani e Orsoni il paragone non è possibile e chi si sorprende per il diverso trattamento riservato dal Pd ai due amministratori dimostra di non avere il senso delle proporzioni. Piaccia o no, il garantismo è sempre legato alle circostanze, al peso dei personaggi in questione, alle loro storie politiche e umane.
Di fatto però l’uscita di scena di Errani, pur con l’onore delle armi, segna una nuova svolta nel Pd. Il partito dei “quadri” e del potere locale, il partito che per decenni è stato la spina dorsale del Pci, poi Pds, Ds e ora Pd subisce un altro “shock”. Dopo la sconfitta elettorale a Livorno e in altre storiche località, la coperta tradizionale diventa sempre più corta. La condanna penale c’entra fino a un certo punto, benché in passato forse non ci sarebbe stata. Ma l’incidente giudiziario, in fondo minore, è sovrastato dal lento smottamento politico. Si capisce che il centrosinistra sta cambiando fisionomia e la nuova fase appartiene ad altri protagonisti. Il “renzismo” va di corsa e magari finirà per deragliare, ma lo farà con un diverso stile e soprattutto altri volti.

da Il SOle 24 Ore

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