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"Che cosa significa quel voto sul Senato", di Stefano Menichini

Da una parte c’è il voto di una commissione parlamentare, solo il primo, su un testo di legge che dovrà avere ancora molti passaggi. Dall’altra ci sono correzioni in peggio di previsioni economiche che riaprono scenari inquietanti: manovre correttive, aumenti di tasse, pesanti tagli di spesa (tutte ipotesi ieri scartate seccamente dal presidente del consiglio).
Le due dimensioni non sembrano paragonabili, quanto a impatto sulla realtà italiana. Un percorso di auto-riforma della politica, per quanto atteso e apprezzato, suonerà sempre distante dalla condizione di famiglie e imprese rispetto ai conti che non migliorano e ai consumi che non ripartono. Oggi molti commentatori rimarcheranno il contrasto e lo metteranno a carico del governo, provando a sminuire il successo della prima approvazione della riforma costituzionale che mette fine al bicameralismo in vigore dal 1947.
Non è una contraddizione alla quale si possa rispondere facendo spallucce: i dati economici sono veri e preoccupanti, le previsioni sul Pil vanno riviste al ribasso con le conseguenze del caso, Padoan ne ha parlato con Napolitano.
Renzi però ha un ragionamento semplice da proporre, che di per sé non risolve nulla ma restituisce il senso di quanto si sta facendo. Perché la connessione tra crisi e riforme delle istituzioni c’è, eccome.
Non saranno né una ricetta né un’ideologia, tanto meno una manovra, a risolvere la crisi. La sua dimensione globale, che non risparmia nessuno, imporrà la ricerca di soluzioni tutte politiche. Nuovi strumenti, revisioni dei trattati, cambi di rotta che oggi appaiono irrealistici e potranno divenire obbligati. A quel punto conteranno la credibilità e l’energia che paesi e leadership sapranno mettere in gioco, perfino più delle rispettive condizioni di salute economica.
Ecco la gigantesca prova di forza ingaggiata da Renzi. Dimostrare che l’Italia può andare contro i suoi tabù e contro i suoi vizi ancestrali. Non risanarsi miracolosamente da sola, ma presentarsi al momento delle decisioni avendo rimesso a posto le tessere del puzzle impazzito che è il nostro sistema, essendoci liberati di scorie e zavorre, avendo recuperato fiducia e orgoglio per il semplice fatto di aver cambiato in casa nostra ciò che sembrava impossibile cambiare. Insomma: senatori che votano a grande maggioranza la sostanziale fine della propria stessa istituzione. Non proprio un fatterello banale e scontato, direi.

da Europa Quotidiano 11.07.14

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