attualità, politica italiana

"Corruzione, raddoppiano i detenuti in attesa di giudizio", di Donatella Stasio

Nello Rossi, procuratore aggiunto a Roma, ricorda che nella lotta alla corruzione «non si può immaginare che la prevenzione abbia efficacia se non c’è anche un’efficacia dissuasiva penale» ma finché la repressione penale rimarrà affidata essenzialmente alla custodia cautelare e non «si metterà davvero mano a un’accelerazione del processo» (leggi: riforma della prescrizione), «il contrasto alla corruzione non sarà mai in grado di decollare». La conferma delle sue parole si trova nelle statistiche dell’Amministrazione penitenziaria che da sempre registrano poche decine di “colletti bianchi” in carcere, per lo più in custodia cautelare. Un dato che, però, nell’ultimo anno è «quasi raddoppiato» (il 7 maggio scorso si contavano infatti più di 100 detenuti in attesa di giudizio, su un totale di 321). Ma ormai neppure il carcere preventivo sarà più un deterrente contro la corruzione: la norma del decreto carceri, in via di conversione, lo vieta infatti quando il giudice ritiene che, all’esito del giudizio, la pena detentiva non sarà superiore ai 3 anni. Norma contestata dai magistrati perché avrebbe tenuto fuori dalle patrie galere molti reati di grave allarme sociale e perciò «corretta» proprio ieri da un emendamento del deputato Pd David Ermini, ma non per i colletti bianchi, per i quali il presidente dell’Anm Rodolfo Sabelli aveva lanciato l’allarme su questo giornale il 3 maggio: «Parliamo di 3 anni irrogati in concreto, anche se la pena edittale è più alta; il che impedirà al giudice di ricorrere al carcere preventivo e agli arresti domiciliari anche per i reati contro la pubblica amministrazione poiché l’esperienza dimostra che raramente la corruzione è punita con più di 3 anni» aveva detto il presidente dell’Anm. Che ieri ha confermato le critiche «radicali» al Dl, pur apprezzandone «alcuni miglioramenti»: per i reati di corruzione, però, ci si è limitati a ripristinare solo gli arresti domiciliari.
Dei limiti che la repressione penale incontra nella lotta alla corruzione hanno discusso ieri magistrati, giuristi, deputati ed esponenti di governo nel seminario «Appalti pubblici e corruzione» organizzato dal gruppo della Camera del Pd (si veda anche l’articolo a pag. 5). Doveva esserci anche il ministro della Giustizia Andrea Orlando ma la sua sedia è rimasta vuota. Ha mandato 7 cartelle per ribadire che nelle «linee guida» del programma di governo sulla giustizia «la predisposizione di norme contro la criminalità economica costituisce il punto 8» e che ci saranno modifiche al «codice penale e di procedura», sul falso in bilancio, l’autoriciclaggio, la concussione (stesse sanzioni anche per l’incaricato di pubblico servizio). Neanche una parola sulla riforma della prescrizione.
Ne hanno invece parlato in molti. Oltre a Rossi, il presidente dell’Autorità nazionale anticorruzione Raffaele Cantone, ricordando che, dopo Tangentopoli, non solo non si è lavorato alla prevenzione della corruzione, «e anzi si è smantellato completamente il sistema dei controlli amministrativi», ma è stato depenalizzato il falso in bilancio e approvata «una norma pessima sulla prescrizione che ha riguardato soprattutto i reati di corruzione». Solo nel 2012 «si è provato a intervenire in modo organico» con la legge Severino, n. 190, che «per la prima volta ha posto il problema della prevenzione ma che nella parte penale è perfettibile», dice Cantone, aggiungendo: «Basti pensare alle ricadute che sta avendo sulla giurisdizione penale lo sdoppiamento tra concussione e induzione» (un punto su cui, però, il governo tace). Giuseppe Santalucia, vice capo dell’ufficio legislativo del ministero nonché capo della delegazione italiana del Greco, il Gruppo di Stati contro la corruzione del Consiglio d’Europa, conferma che «la legge Severino presenta luci e ombre: il lavoro fatto dall’Italia è stato considerato dal Greco “non globalmente insoddisfacente”, ma siamo stati rimandati a dicembre 2015». L’Europa critica le norme (troppo blande) sui reati di traffico di influenze illecite e di corruzione tra privati; le pene troppo lievi irrogate; ma soprattutto «non accetta un processo che consegna la corruzione alla prescrizione», e perciò chiede una riforma generale.

Il Sole 24 Ore 15.07.14

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