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"La voce contro l'apartheid", di Maria Teresa Salieri

La sua ultima raccolta di “Short Stories”, uscita in Italia nei primi mesi di quest’anno per il editore tradizionale, Feltrinelli, e la sua traduttrice di sempre, Grazia Gatti, ha un titolo che evoca un bilancio, Racconti di una vita: storie scritte tra il primissimo inizio di carriera e gli ultimi anni, tra il 1952 e il 2007. I primi due pezzi si aprono sullo scenario di un ospedale. Coincidenza? Non è impossibile che Nadine Gordimer abbia voluto orchestrare con questi dettagli il suo addio a noi lettori, visto che, come annunciò nell’occasione, nell’ultima intervista a un giornale italiano, era affetta da un cancro al pancreas e non sentiva più le forze per creare: «Non ho più l’energia, scrivere mi fa star male e sono troppo critica, troppo esigente verso il mio lavoro, non credo che accetterei qualcosa che non mi soddisfa», spiegava prendendo indirettamente – con questo understatement – le distanze dal plotone di scrittori che qua e là nel globo andavano in quel- le stesse settimane dichiarando ben più spettacolari, mediatici addii alla pagina scritta. La minuta ed eroica «guerrigliera dell’immaginazione», come la definì Seamus Heaney, è morta l’altroieri novantenne a Johannesburg. Si è spenta nel sonno e vegliata dalle persone a lei care, spiega un comunicato della famiglia. Erano con lei i figli Oriane, che, insegnante in Piemonte, fonda- va il suo legame privilegiato con l’Italia, e Hugo, nato dall’unione durata un cinquantennio con il secondo marito Reinhold Cassirer, commerciante d’arte, quello che definiva «un meraviglioso matrimonio».

In Italia era stata insignita del premio Grinzane e del Primo Levi. E, già ultraottantenne, i capelli grigi stretti in una svelta coda, magrissima ed energica, si era affacciata a un Festivaletteratura a Mantova. Premio Nobel per la Letteratura nel 1991 era stata la prima penna sudafricana, e la settima donna, a essere assunta nell’empireo di Stoccolma. Dodici anni dopo la seguirà un altro sudafricano, John M. Coetzee, e nel 2007 un’altra donna schierata contro la segregazione razziale, la rhodesiana Doris Lessing. Nelle motivazioni del Nobel la parola apar- theid ha un peso importante. Perché Nadine Gordimer è stata una scrittrice che ha fuso con abbagliante intelligenza in un suo originale crogiuolo magistero narrativo e impegno civile.

È figlia di due ebrei immigrati in Sudafrica, Isidore e Nan, lui proveniente dalla Lettonia lei da Londra, e nasce il 20 novembre 1923 a Springs, un centro minerario nell’East Rand, l’area urbana a est di Johannesburg. Viene educata però secondo uno stampo cattolico. Resta un solo anno alla University of Witwatersrand, ma il tempo è abbastanza per verificare le barriere tra studenti bianchi e neri. È allora che entra in contatto con l’African National Congress e comincia la sua militanza. Nel 1964 durante il processo di Rivonia contro gli attivisti neri, dal quale Nelson Mandela esce con una condanna al carcere che sconterà per 27 anni, ha la fortuna e l’audacia di entrare, clandestina, nella cella do-ve «Madiba» aspetta la sentenza. È l’inizio di un legame tra i due futuri Nobel, lui per la Pace lei per la Letteratura, che durerà fino alla morte del leader dell’Anc. Mandela riesce a ottenere in carcere uno dei suoi romanzi, Burger’s daughter ed è una emozionatissima Nadine a ricevere dal suo eroe una lettera di elogi. È poi sui divani della sua casa di Johannesburg che, quasi trent’anni dopo, F.W. De Klerk e Madiba trattano la pace e la fine della segregazione in Sudafrica. È lei che Mandela vuole al suo fianco a Oslo quando va a ritirare il Nobel per la Pace. Ed è nel nome di Mandela che, nelle ultime stagioni, Nadine Gordimer accusava il suo paese di aver tradito, con la corruzione, un sogno.

Ma qual è il segno che Gordimer artista lascia nella letteratura del secondo Novecento e del nuovo millennio? Quarantenne, negli anni Sessanta e Settanta è negli Stati Uniti dove insegna in alcuni atenei. Ha alle spalle un esordio, appena quindicenne, con un racconto per bambini uscito nel 1937 sul Children’s Sunday Express, una prima raccolta di racconti, Face to face del 1949 e un primo romanzo, The lying days, del 1953. Seguono uno stuolo di altri romanzi (quindici quelli pubblicati da Feltrinelli), un piccolo esercito di racconti (diciassette le raccolte uscite per lo stesso editore) e saggi e pièces teatrali…

Si tratti della storia di Mehring, il farmer afrikaner di uno dei suoi testi più antichi, Il conservatore come di quella di Paul Bannerman, l’attivista ambientalista che nel recente Sveglia, am- malato di cancro alla tiroide e, sottoposto a radioterapia, diventato per alcune settimane radioattivo, vive un singolare apartheid, si tratti dell’amore tra Julie, giovane liberale bianca e Ibrahim, musulmano povero e clandestino nell’Aggancio o della storia della zulu Jabu e del bianco Steve, unitisi in matrimonio quando le unioni miste erano proibite e alla prova dei sentimenti nel Sudafrica democratico in Ora o mai più, Nadine Gordimer riesce a trasformare quel nodo tematico, segregazione-unione, in una luce accesa su un intero campionario di sentimenti ed esperienze umane. Su temi epocali come quel «senso di colpa» che, spiegava, il suo Paese nutriva per l’apartheid come i tedeschi nutrivano per il nazismo. Con una prosa geniale che mai in migliaia di pagine cede alla retorica. Un suo motto era: «La verità non è sempre bella, ma la fame di verità lo è».

Nadine Gordimer era una donna minuta che suggeriva un’idea di forza indomita. Feltrinelli ora annuncia che in ottobre, il 15, sarà in libreria un volume che raccoglie un’antologia dei suoi testi non narrativi: Tempi da raccontare, di saggio in saggio, di articolo in conferenza, testimonirà la vita di una scrittrice che ha voluto vivere nelle pieghe più profonde del nostro tempo. È, quella di Nadine Gordimer, una professione di fede camusiana, nata da una delle grandi tragedie del Novecento. Diceva «l’atto creativo non è puro. Lo dimostra la storia. Lo pretende l’ideologia. Lo esige la società. Lo scrittore perde il suo Eden, scrive per essere letto e capisce di dover rendere conto. Lo scrittore è ritenuto responsabile».

L’Unità 15.07.14

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