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"Il ritorno della politica", di Andrea Bonanni

LE DODICI cartelle del discorso con cui Jean-Claude Juncker ha ottenuto ieri la nomina a presidente della Commissione da parte del Parlamento europeo segnano una svolta. Non perché la vecchia volpe lussemburghese abbia enunciato concetti rivoluzionari o promesso riforme epocali. Ma perché, per la prima volta nella storia europea, il presidente della Commissione ha parlato non come uomo di fiducia dei governi nazionali ma come capo di una coalizione politica che in aula e a voto segreto gli ha dato la fiducia.
E questa è, in effetti, la reale natura di Juncker: il referente di una complessa Grosse Koalition che si avvia a governare l’Europa. Egli non deve la sua poltrona ad accordi sottobanco tra le cancellerie, ma al fatto di essersi presentato come candidato di riferimento del Partito popolare europeo, di aver vinto le elezioni che hanno fatto del Ppe la forza di maggioranza relativa in Europa, e di aver saputo cucire un accordo tra i maggiori gruppi politici nel Parlamento di Strasburgo su un programma di governo. Neppure il veto britannico e la minaccia di un’uscita di Londra dall’Ue hanno potuto fermare la sua ascesa perché gli Stati nazionali hanno perso il monopolio della politica europea. Persino i grandi tenori dell’Unione, dalla Merkel a Hollande a Renzi, non contano più solo per i Paesi che hanno alle spalle ma per il controllo che esercitano sui rispettivi partiti di riferimento. Non a caso il premier britannico Cameron, che non ha un partito europeo dietro di sé, si trova sempre più marginalizzato a Bruxelles.
Dopo anni di polemiche, a volte legittime e a volte pretestuose, contro l’euroburocrazia, il voto di ieri riconsegna un pezzo di Europa alla politica. Una delle poche promesse concrete fatte in aula da Juncker è l’abolizione della troika, divenuto simbolo negativo dell’insensibilità burocratica ai costi sociali dell’austerità, sostituita con «una struttura che abbia maggiore legittimità democratica».
Naturalmente questa evoluzione «irreversibile», per usare il termine utilizzato ieri sia da Juncker sia dal presidente del Parlamento Martin Schulz, sana alcune ferite ma espone l’Europa a nuovi rischi. Uno di questi è l’indeterminatezza e anche una certa improvvisazione della politica. Dopo le elezioni tedesche, Angela Merkel e i socialdemocratici hanno messo due mesi per definire i contenuti di un serio governo di coalizione. Juncker ha avuto meno di due settimane per concordare un programma che avesse l’appoggio dei maggiori partiti e dei principali governi.
Questo spiega le molte vaghezze che il futuro presidente della Commissione ha dovuto elencare nel suo programma. Trecento miliardi di investimenti per il lavoro che non si sa da dove arrivino. Una nuova capacità di bilancio dell’eurozona che non si capisce come sarà finanziata e tantomeno gestita. Incentivi alle riforme strutturali non meglio identificati. Criteri di attuazione della flessibilità sui bilanci rinviati a linee guida ancora da scrivere. La buona notizia è che queste non sono belle intenzioni che potranno essere spazzate via da un semplice nyet di qualche governo, ma impegni politici che Juncker ha preso di fronte al proprio referente, che non sono più le capitali nazionali ma il Parlamento europeo. Se la politica si riappropria dell’Europa, toccherà alla politica trovare i compromessi che permettano di dare sostanza a questi impegni.
Ma la politica non si ferma all’emiciclo del Parlamento europeo. Oggi i capi di governo si ritrovano a Bruxelles per completare il puzzle delle nomine ai vertici dell’Ue. Dovranno decidere l’alto rappresentante per la diplomazia dell’Ue, che sarà anche il numero due della Commissione a fianco di Juncker. Una nomina che si inserisce in un gioco di incastri che prevede anche le poltrone del presidente del Consiglio europeo, di quello dell’eurogruppo e di alcuni dei commissari più importanti.
L’Italia ha candidato al posto di vice di Juncker il nostro ministro degli Esteri Federica Mogherini. E lo ha fatto sulla scorta di un ragionamento puramente politico. Se il Ppe, che è il primo partito in Parlamento, prende il presidente della Commissione, tocca ai socialisti, che sono il secondo, scegliere il numero due. E, stando al governo italiano, tutti i leader socialisti sono concordi nell’indicare il nome della Mogherini che comunque dovrà avere il voto favorevole anche del Parlamento europeo e quindi della Grosse Koalition che lo governa.
Al traverso di questo ragionamento si sono messi alcuni Paesi dell’Est europeo, secondo cui il ministro italiano sarebbe troppo “morbido” nei confronti della Russia e della gestione della crisi ucraina. Giusta o sbagliata che sia questa obiezione (e noi pensiamo che sia sbagliata) essa nasce dalla vecchia logica proprietaria dei governi verso le cariche europee. In base a questa logica l’interesse nazionale del singolo Paese, in questo caso la volontà dei baltici di tenere alte la tensione e l’ostilità con la Russia, premia sull’interesse generale europeo. Era in base a questa stessa logica proprietaria che Cameron ha cercato inutilmente di opporsi a Juncker, considerato «troppo federalista». L’Italia ha risposto opponendo a questo ragionamento una logica politica: la poltrona tocca ai socialisti che sono parte della Grosse Koalition europea e i socialisti hanno scelto la loro candidata. Se ad alcune capitali non va bene, si può decidere tra i governi a maggioranza come si è fatto con Juncker. Lo scontro appare difficile da evitare. Questa notte vedremo se la politica sarà riuscita a riconquistare un altro, importante, pezzo della casa europea.

Da La Repubblica

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