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"Il nostro debito verso quei morti", di Paolo Soldini

Non sappiamo che cosìè davvero accaduto nel cielo sopra il confine tra l’Ucraina e la Russia. Chi e come ha ammazzato 295 esseri umani che il destino ha sorpreso in una delle tante parti del mondo in cui la guerra uccide non solo gli uomini e le donne innocenti, ma anche le certezze che avremmo il diritto di considerare ovvie. Come quella di salire su un aereo per tornare a casa, andare a lavorare, oppure in vacanza.
Forse non lo sapremo mai, perché la logica dei conflitti moderni rifiuta e disprezza l’obbligo della verità e della trasparenza. Sia stata una mostruosa provocazione o un errore, è anche possibile che nessuno potrà mai dare ai parenti e agli amici di quei morti la consolazione, minima ma dovuta, di sapere perché è toccato proprio a loro.
Una cosa però la sappiamo. Quello che accade in quella parte d’Europa riguarda tutta l’Europa. Quella guerra è intollerabile e lo era anche prima che sacrificasse i 295 sventurati che avevano preso quell’aereo ad Amsterdam, una delle nostre capitali. Non c’è rivendicazione di identità, non c’è diritto di sentirsi appartenente a una etnìa, a una lingua, a una religione, a una nazione che giustifichi la scelta di prendere le armi e sparare. Non c’è in nessuna parte del mondo, ma crediamo di poter dire che c’è meno che mai in Europa, perché questo è il continente cui la Storia ha buttato in faccia le estreme conseguenze cui porta l’odio tra le nazioni e tra i popoli. Ha visto il Grande Macello di due guerre totali, ha visto Auschwitz. E poi – ed è cronaca più che storia – ha visto i massacri delle guerre balcaniche. Ha visto Srebenica.
E allora, se sull’onda della tristezza e della pietà per quei 295 innocenti sacrificati c’è una riflessione da fare, essa riguarda le nostre incompiutezze, le nostre insufficienze, le nostre ipocrisie e reclama un’autocritica onesta. L’Europa, si dice, vive in pace da quasi settant’anni e questo non era mai successo prima. Ha imparato le durissime lezioni della propria storia e ha ingabbiato nazionalismi e intolleranze in un sistema politico-istituzionale maturo e democratico che è cresciuto dalla Comunità Europea del Carbone e dell’Acciaio all’Unione di oggi, attraversata da mille tensioni e da mille particolarismi, certo, ma che ha relegato l’idea stessa di un conflitto armato tra le nazioni tra gli eventi impossibili. Fantasmi che non ci spaventano più. E però attenzione. Ai margini di questa Europa ce n’è una che vive ancora in un altro pianeta, in cui la guerra non è un evento impossibile, ma una possibilità, una prospettiva, una paura per moltissimi, ma un desiderio, una tentazione, un gioco della politica per altri. E spesso per quelli che hanno il potere di farla, la guerra.
L’abbiamo visto nei Balcani. Lo stiamo vedendo in Ucraina e, in dimensioni ancor più tragiche, nel Medio Oriente, che dall’Europa è separato da un piccolo mare che è il più frequentato del mondo. Dobbiamo sentirci in colpa, per quest’altra Europa. Perché non siamo stati capaci di offrire speranza alla sua gente, perché non abbiamo fatto abbastanza per mediare, per negoziare, per aiutare le forze che la guerra la rifiutano e cercano le vie d’un compromesso. Perché siamo venuti noi, a compromesso, con i nostri interessi, con le nostre compiacenze verso élites che non vogliono la pace. Dobbiamo riprendere il filo del negoziato, di tutti i negoziati che possono allentare le tensioni e portare verso la ragione. È il debito che abbiamo, anche noi, verso quei 295 morti.

da L’Unità

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