attualità, politica italiana

"Bicameralismo perfetto, anomalia italiana", di Roberto D'Alimonte

Capita spesso nel nostro paese che si discuta di massimi sistemi senza alcun riferimento fattuale. È il caso del dibattito sulla riforma del Senato e in particolare sul nodo della elezione diretta o indiretta dei futuri senatori. Per i critici della riforma elezione popolare e democrazia sono sinonimi. Una seconda camera eletta dai consiglieri regionali, come previsto dal disegno di legge governativo, e non dai cittadini, sarebbe una istituzione sostanzialmente non democratica. Questo è un argomento privo di ogni fondamento empirico.
Tanto per cominciare la maggioranza dei paesi della Unione europea (15 su 28) non hanno una seconda camera. In altre parole sono sistemi parlamentari monocamerali. Tra i 13 paesi che hanno una seconda camera solo in 5 paesi i suoi membri sono eletti direttamente dai cittadini. In Spagna, tra l’altro, una parte dei membri sono designati dalle Comunità autonome. Tra questi 5 paesi solo in Italia, Polonia e Romania si può dire che la seconda camera abbia dei poteri legislativi rilevanti. E solo l’Italia ha un sistema parlamentare in cui il Senato ha esattamente gli stessi poteri della Camera. Questo per enfatizzare ancora una volta una anomalia italiana che dura da troppo tempo.
Così come l’elezione diretta della seconda camera non è una qualità dei regimi democratici, non esiste correlazione tra elezione diretta e peso politico delle seconde camere. Nel grafico in pagina si vede bene come esistono paesi bicamerali in cui alla elezione diretta del Senato non corrisponde un suo ruolo rilevante nel processo legislativo. In Spagna e nella Repubblica ceca l’ultima parola sulla legislazione ordinaria, compresa quella relativa al bilancio, appartiene alla camera bassa. In altre parole, in caso di disaccordo tra i due rami del Parlamento, il Senato non ha potere di veto. Non è così invece in Francia e Germania. Il Bundesrat tedesco è nominato dai governi dei Länder e il Senato francese è eletto da una platea di circa 150mila grandi elettori. Eppure entrambi hanno più poteri del Senato spagnolo che è eletto direttamente dal popolo.
Ma questi fatti non bastano. Per contestare la legittimità di un Senato non elettivo la critica iperdemocratica usa due altri argomenti legati all’Italicum. Questo sistema elettorale prevede un premio di maggioranza nel caso in cui un partito o una coalizione arrivi al 37% dei voti ovvero nel caso di ballottaggio, se nessuno arriva a questa soglia al primo turno. La combinazione di premio di maggioranza e Senato non elettivo sarebbero un attentato alla democrazia. Come se solo una camera bassa eletta con sistema proporzionale fosse compatibile con un Senato non eletto direttamente dal popolo. Ma quale fondamento empirico ha una affermazione del genere? In base a questo metro di giudizio la Gran Bretagna sarebbe un sistema ben poco democratico. Nel 2005 Tony Blair ha vinto il suo terzo mandato con il 35% dei voti (contro il 32% dei conservatori). Per la precisione, con questa percentuale il partito laburista ha ottenuto il 55% dei seggi. E la Camera dei Lords non è certamente una istituzione eletta dal popolo. Stessa cosa in Francia. Nel 2012 il partito socialista di François Hollande ha conquistato il 53% dei seggi nella Assemblea nazionale con il 29% dei voti ottenuti al primo turno. E il Senato francese, come già detto, non è eletto dai cittadini.
Ultimo argomento degli iperdemocratici. Un Senato non elettivo non sarebbe compatibile con un sistema elettorale, come l’Italicum, che prevede le liste bloccate. I nominati sarebbero troppi. Mettiamo da parte la questione complicata se siano preferibili le liste bloccate o il voto di preferenza e concentriamo sull’Italicum. Il fatto è che con l’Italicum buona parte dei deputati verranno eletti in collegi uninominali o al massimo binominali. Parlare di liste bloccate in questo caso è fuorviante. Gli elettori che voteranno un dato partito in un dato collegio sono nella condizione di sapere che il loro voto servirà a eleggere il primo o i primi due candidati di quel partito in quel collegio. Se quei candidati non sono graditi non voteranno il partito, come avveniva al tempo della legge Mattarella.
È giusto che una riforma costituzionale di questa portata sia sottoposta a un’analisi minuziosa e approfondita. È così che il testo originale proposto dal governo è stato senza dubbio migliorato, anche grazie al lavoro dei due relatori Finocchiaro e Calderoli. Ma è anche doveroso che il dibattitto tenga conto non solo di criteri normativi astratti ma di dati empirici concreti. Guardando le cose in maniera pragmatica e in chiave comparata questa riforma è un passo che ci avvicina all’Europa, eliminando finalmente un’anomalia ingiustificabile del nostro sistema istituzionale.

da il Sole 24 Ore

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“Tre italiani su quattro vogliono solo «eletti» per Palazzo Madama”, di Nando Pagnoncelli
La riforma del Senato presenta un elevato valore simbolico non solo perché si tratta della più significativa modifica costituzionale della storia repubblicana ma anche perché rappresenta la dimostrazione che il Paese può realizzare importanti cambiamenti. E la promessa di cambiamento risulta il tratto distintivo del governo Renzi, il ché spiega in larga misura il consenso di cui l’esecutivo gode attualmente. In realtà i contenuti della riforma sono noti solo ad una parte minoritaria degli italiani: solo il 3% dichiara di conoscerli in dettaglio, il 28% a grandi linee, il 33% ne ha solo sentito parlare ma non ne sa granché e il 37% ignora il tema. È un dato che non sorprende, innanzitutto perché da sempre le riforme istituzionali rappresentano un tema ostico, le cui implicazioni sono di difficile comprensione per molti cittadini: non a caso la riforma del Senato risulta meno conosciuta tra le persone meno istruite, quelle meno giovani e le casalinghe. In secondo luogo perché la discussione tra le parti politiche, a tratti molto accesa, induce molti cittadini a non approfondire il tema e a dedicare la propria attenzione ad altri argomenti, a partire da quelli legati alla crisi (occupazione, crescita, protezione sociale). Indipendentemente dal livello di informazione, la riduzione del numero di senatori da 315 a 100, eliminando l’indennità, incontra un consenso pressoché unanime: l’87% degli italiani si dichiara molto d’accordo e il 6% abbastanza d’accordo. È un consenso coerente con i sentimenti di ostilità, ampiamente diffusi nel Paese, nei confronti della politica e dei suoi costi. E un grande consenso accompagna anche il superamento del bicameralismo paritario. La riforma assegna a Camera e Senato funzioni distinte e conferisce alla Camera alta un potere di veto limitato a poche leggi, tra cui quelle costituzionali ed elettorali. A questo proposito oltre due italiani su tre si dichiarano molto (43%) o abbastanza (25%) d’accordo. L’insofferenza per la lentezza dei processi legislativi, in un mondo nel quale tutto è diventato più veloce e nel quale, in ogni contesto, vengono richieste decisioni rapide, spiega in larga misura l’accordo su questo importante cambiamento delle funzioni del Senato. La sintonia con l’opinione pubblica, tuttavia, non riguarda tutti i punti della riforma. Infatti solo un italiano su cinque condivide la proposta che prevede il venir meno dell’elezione dei senatori da parte dei cittadini e conferisce ai consigli regionali il potere di nomina, scegliendo tra i consiglieri e i sindaci, con l’esclusione di 5 senatori nominati dal presidente della Repubblica. Nel complesso tre italiani su quattro (73%) preferirebbero che i senatori continuassero ad essere eletti dai cittadini. È un dato che non sorprende, perché da sempre gli italiani rivendicano il diritto di scegliere direttamente: sono infatti molto favorevoli all’elezione diretta sia del presidente della Repubblica sia del premier. Ma sono favorevoli anche alla possibilità di scegliere i candidati attraverso le elezioni primarie, a sinistra quanto a destra, sebbene in quest’ultima area politica non siano molto praticate. Non è affatto scontato che partecipino alle elezioni (in Italia l’astensionismo è crescente) o alle consultazioni primarie che prevedono la partecipazione «fisica» o telematica, ma l’importante è poter disporre del diritto di decidere. Ma c’è dell’altro: la nomina dei senatori da parte di altri eletti, per di più appartenenti ai consigli regionali che, come sappiamo, negli ultimi anni non godono di buona fama, per le note vicende giudiziarie, oltre ad espropriare i cittadini del diritto di scelta, produce un meccanismo per cui sono i politici a scegliere i politici, generando sospetti e sfiducia. L’iter per l’approvazione della riforma del Senato è ancora lungo e non è dato di sapere quale sarà l’esito definitivo di questo percorso, ma una cosa è certa: gli italiani chiedono minori costi e maggiore efficienza della politica e nel contempo la possibilità di poter decidere. Ma non è detto che le riforme debbano tener conto delle richieste dei cittadini, soprattutto se poco informati.

da Il Corriere della Sera

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