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"C'è una sola domanda su l'Unità: non com'è stata ma come sarà", di Walter Veltroni

Come sarà l’Unità? Non cosa è stata e cosa è. Credo che l’ambizione che oggi deve muovere la redazione e tutti quelli che hanno a cuore il destino del giornale, a cominciare dal Pd, sia quella di guardare al futuro, non alla sopravvivenza. Lo dico non per un ottimismo di maniera ma perché questo è scritto nel dna dell’Unità e, aggiungo, nelle necessità della sinistra italiana.

Persino chi ne scrive male (anche oggi sui giornali) deve ammettere che è stata sempre una presenza indispensabile, che ogni santa mattina quel quotidiano proprio non si poteva saltare. Quando in anni lontani veniva definita come «il Corriere della sera degli operai» non lo si faceva per iperbole, perché l’Unità era un grande giornale politico, ma insieme un giornale di frontiera, il luogo di battaglie sociali e civili, la sede non formale di un dibattito culturale profondo e insieme aperto, anche nei momenti più difficili. Perdere tutto questo sarebbe grave non solo per chi ci lavora e per i lettori, sarebbe grave innanzitutto per la sinistra e per l’informazione italiana.

Sapete quanto sia forte il mio legame con il giornale: gli anni passati alla direzione sono stati una esperienza fondamentale. Anni bellissimi, di tantissimo lavoro con una redazione splendida, con un gruppo di collaboratori che messi tutti insieme sembrano il catalogo della cultura italiana di questi anni a cavallo tra i due millenni. Anni di cambiamenti radicali nella politica e nella comunicazione in cui l’Unità fu protagonista e spesso anticipatrice. Era un giornale che riusciva a vendere e ad aumentare le copie, crescevamo ogni anno di più del quindici per cento, e questo ancor prima di introdurre innovazioni come la diffusione col quotidiano delle cassette coi grandi capolavori del cinema italiano e internazionale che ci fecero arrivare quasi a cinquecentomila copie.

Dentro quel giornale c’era una idea di cultura e di apertura (pubblicammo e con enorme successo i Vangeli e facemmo nascere l’Unità due, un giornale dedicato alle idee) che coglieva l’Italia nel passaggio epocale della fine della prima Repubblica. Era un giornale nuovo con radici profonde e antenne ben alzate e anche questo era insieme frutto di una innovazione ma anche di una “tradizione”, quella del giornale pensato da Gramsci come popolare e colto, che era tutto meno che grigiore.

Per una coincidenza che non richiede aggettivi, proprio oggi se n’è andato Fausto Ibba. Solo raccontare quello che ha fatto e quello che era Fausto occuperebbe un libro. Era un uomo silenzioso e forse anche tra i lettori non molti ricorderanno la sua firma, altri lo ricorderanno sul giornale, a me preme soltanto dire che c’era nella sua figura minuta di sardo (con dei capelli neri un po’ alla Berlinguer e un po’ alla Gramsci) la sintesi delle mille doti di quella storia: un intellettuale colto e serissimo, un politico persino troppo sottile per tempi così poco raffinati, una scrittura secca senza nessun orpello ma mai grigia, una storia privata tra Mosca e la rivendicazione della propria indipendenza. Ecco cos’era la storia su cui innestavamo le nostre idee e le nostre innovazioni.

L’Unità è a un passaggio difficile. Come nell’estate del 2000. Allora – ero alla guida dei Ds – fummo costretti ad una chiusura resa necessaria da un flusso di debiti che rischiavano di sommergere tutto, giornale e partito. Fu una chiusura di otto mesi che permise poi una rinascita vera. Da allora e per 14 anni l’Unità è tornata ad essere protagonista con la direzione di Furio Colombo, di Antonio Padellaro, di Concita De Gregorio, di Claudio Sardo e infine di Luca Landò.

E torno da dove ero partito. Sono convinto che vi sia lo spazio e la necessità di un giornale che innovando riprenda questa storia. Una ricchezza per la sinistra, un luogo di informazione seria, di discussione e di confronto, uno strumento di esplorazione del nuovo. Senza, siamo tutti più poveri. E allora abbiamo il dovere di farci una sola domanda: come sarà l’Unità?

da www.unita.it

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