Mese: luglio 2014

"È la terza volta che ci spengono, ma non ci fermiamo", di Luca Landò

L’Unità chiude di nuovo. Era accaduto nel luglio del 2000. E restò via dalle edicole per otto mesi. Ora succede un’altra volta e non sappiamo se e quando ritornerà dai suoi lettori. E già questa incertezza la dice lunga su come viene gestito il presente e il futuro, se ce ne sarà uno, di questo giornale che deve sospendere le pubblicazioni ma non ha nessuna intenzione di morire, come dimostrò durante gli anni del fascismo, quando riuscì a sopravvivere diciassette anni di clandestinità: stampato in fretta e di nascosto, persino scritto a mano pur di continuare a far sentire la propria voce nell’Italia dei manganelli e dell’olio di ricino. O quando il 24 marzo 2001, contro ogni pronostico e fatto unico al mondo (i giornali che a volte ritornano di solito durano poco) si ripresentò con forza in edicola ritrovando subito la sua voce e il suo spazio. L’Unità chiude di nuovo perché anche ieri, come da troppo tempo, i soci della Nie, la società che edita il giornale e che da un mese è …

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"Perché Fi non può più permettersi liste bloccate", di Roberto D'Alimonte

Sulle preferenze Berlusconi e Verdini sbagliano. A loro non piacciono. Neanche a me piacciono. Non piacciono né a loro né a me perché con il voto di preferenza i partiti rischiano di spaccarsi e di diventare una rete di comitati elettorali dei vari candidati. Le preferenze favoriscono la corruzione, l’influenza delle lobbies, il potere delle organizzazioni criminali in certe aree del paese. Quando i partiti erano forti facevano meno danni. Ai tempi della Prima Repubblica il Pci ha convissuto tranquillamente con il voto di preferenza. I suoi candidati in lista non si azzardavano a fare campagna elettorale per conto proprio. La mattina delle elezioni i militanti passavano in sezione a ricevere istruzioni su chi votare. E tutto filava liscio. Gli eletti erano esattamente quelli che aveva deciso il partito, nell’ordine deciso dal partito. Era come se il voto di preferenza non ci fosse. Partito e ideologia erano gli strumenti di raccolta del consenso. Per la Dc era diverso. Il voto di preferenza era il meccanismo su cui si reggeva l’organizzazione delle correnti su cui era …

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"Quando deve andare in pensione un professore?", di Simonetta Fiori

Notti insonni per molti professori universitari. La riforma della Pubblica amministrazione manda in pensione un cospicuo numero di docenti oltre i 65 anni di età. È vero che devono avere maturato 42 anni sei mesi e un giorno di contributi (gli uomini) e 41 anni sei mesi e un giorno di contributi (le donne), una cifra che può apparire irraggiungibile. In realtà per molti di coloro che sono entrati nelle università negli anni Ottanta il riscatto della laurea era un passaggio naturale. Così si calcola che nel giro di un paio d’anni l’università rischi di perdere un paio di migliaia di professori. E certo non tra i peggiori. Con gravi conseguenze per i dipartimenti delle facoltà umanistiche e i reparti di medicina. Gli accademici protestano, con ragioni anche condivisibili. Mentre le università europee allungano i tempi della pensione, in conseguenza dell’aumento delle aspettative di vita, in Italia si anticipa la rottamazione. Negli Stati Uniti era stato Reagan a eliminare il mandatory retirement nelle università — fissato intorno ai 70 anni — e oggi si può …

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"Dall’ “Art bonus” alla carta del turista. Ecco tutte le novità del decreto cultura", da La Stampa

La novità più importante riguarda le agevolazioni fiscali per i mecenati del patrimonio pubblico. Ma nel decreto cultura, che con il voto di fiducia del Senato è legge, arrivano tante misure inedite, dalle commissioni ministeriali che dovranno vagliare i ricorsi contro le decisioni e i vincoli dei soprintendenti, all’autonomia gestionale e amministrativa per i musei più importanti. Oltre a interventi per velocizzare i restauri di Pompei, assunzioni a tempo indeterminato per under 40, il tax credit per agenzie di viaggio e operatori turistici incoming, start up per le imprese turistiche gestite da giovani. Soddisfatto il ministro Franceschini: «Il decreto ArtBonus è legge. È arrivato il momento di investire in cultura e turismo. La legge abbatte, infatti, le barriere e supera le vecchie contrapposizioni ideologiche». ART BONUS Il credito d’imposta del 65% è riconosciuto anche alle donazioni per concessionari e affidatari di beni culturali pubblici per interventi di manutenzione, protezione e restauro. Su un portale del Mibact tutte le informazioni sulle donazioni e sugli interventi realizzati e in corso d’opera. Inserita anche la possibilità di un …

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"Il grande freddo tra Washington e Gerusalemme", di Gianni Riotta

Per tutto lo scorso week end editoriali compunti hanno spiegato ai nostri nonni come facilmente si sarebbe potuta evitare la Prima Guerra Mondiale un secolo fa. Se solo il Kaiser fosse stato meno militarista, l’Imperatore meno decrepito, le democrazie meno avide, i nazionalisti meno settari… Peccato che noi, nel 2014, siamo incapaci di spegnere i conflitti in Libia, brucia l’aeroporto a Tripoli e l’ambasciata Usa viene evacuata, in Egitto dove solo la repressione, perfino contro i giornalisti di Al Jazeera, permette al regime di governare, in Siria, 170.000 morti e milioni di profughi, in Iraq con le milizie di Stato Islamico ad occupare le città mentre i peshmerga curdi si armano a Nord, per non dire del confine Russia-Ucraina della bara volante MH17, Gaza, Hamas, Israele. Risolvere le guerre lontane, libro ingiallito, filmato bianco e nero, dagherrotipo color seppia dei caduti malinconici, è war game per accademici, far arretrare Putin, sedare lo scontro tribale libico, chiudere la jihad sunniti-sciiti tra Iran, Siria, Libano e Iraq, impresa ardua. Facciamo male a irridere i nonni, i nipoti …

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"A chi tocca decidere", di Nadia Urbinati

Il Ministro Pier Carlo Padoan intervenendo alcuni giorni fa in Parlamento sugli esiti dell’Ecofin, ha chiuso la porta a facili entusiasmi sulla portata delle politiche sociali ed economiche in merito a crescita dell’occupazione e a rilancio dell’economia: «i progressi saranno indicati nel Def di settembre», ha detto il ministro, ma è indubbio che «per la crescita non esistono scorciatoie». Crescita che sarà debole e incerta, specchio degli stretti margini di manovra a disposizione del governo (e dei governi Ue). Si tratta di un riconoscimento dell’impotenza del potere decisionale degli Stati nazionali, non soltanto per i vincoli del Patto di Stabilità, ma ancora prima quelli imposti dalla crisi finanziaria, dai costi sempre più alti delle politiche sociali e dal peso del debito pubblico. L’unica progettualità certa sembra consistere nel restringimento del ruolo dello Stato nelle politiche sociali e nei tagli. E i dati Istat sulla crescita della povertà assoluta, l’erosione del benessere diffuso e del senso di sicurezza sul futuro lo confermano. Ha scritto Zygmunt Bauman, in un saggio dal titolo significativo Verso un nuovo umanesimo …

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"Il prigioniero Obama", di Federico Rampini

I collaboratori più stretti di Barack Obama lo descrivono “esasperato” dai suoi colloqui telefonici con Benjamin Netanyahu. In quanto all’ultimo incontro tra il segretario di Stato John Kerry e il premier israeliano, gli aggettivi variano da “burrascoso” a “disastroso”. Se l’America è l’unico possibile arbitro nel conflitto di Gaza, la sua influenza su Israele è precipitata ai minimi storici. E VICEVERSA : la fiducia di un’Amministrazione Usa verso una leadership israeliana non era mai finita così in basso. Arrivato alla sua “quinta crisi mediorientale” — dopo Egitto, Libia, Siria e Iraq — Obama sconta anche questo accumularsi d’instabilità. A ridurre le chance di una mediazione di pace, c’è il fatto che i tradizionali alleati moderati dell’America sul fronte islamico — Egitto, Turchia, Arabia Saudita, Qatar — sono sempre più divisi tra loro. L’avanzata del movimento jihadista Isis con i suoi progetti di grande califfato, le nuove carneficine tra sciiti e sunniti, contribuiscono a fragilizzare tutti i possibili punti d’appoggio per l’iniziativa americana su Gaza. Perfino il pessimo rapporto con Netanyahu si collega in qualche modo …

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