attualità, politica italiana

Innovazione 30 anni dopo – Manuela Ghizzoni

Anche se è Ferragosto, o forse proprio per questo, ho scelto un articolo di Francesco Clementi apparso oggi sul Sole 24 ore che mi dà lo spunto per qualche riflessione. Il tema sono ancora le riforme costituzionali, un processo che si è avviato verso una strada di rinnovamento delle istituzioni che sembra finalmente condivisa e attuabile. Ma anche in questo caso ci arriviamo dopo almeno trent’anni di dibattito, come sempre succede quando i cambiamenti si attorcigliano in una sorta di avvitamento inerziale.
Nell’anno in cui celebriamo i trent’anni dalla scomparsa di Enrico Berlinguer basti pensare che nel 1983 la sua relazione al congresso del PC parlava di “proposte innovative, come il superamento del bicameralismo, della efficienza e dei poteri dell’esecutivo, dei criteri di nomina negli enti pubblici in modo da dare spazio alle competenze e porre fine alle lottizzazioni”. Sono parole (riprese oggi sempre sul Sole 24 ore da una lettera di Emanuele Macaluso) che definiscono chiaramente quello slancio riformatore che oggi sembra riemergere, dopo 30 anni di involuzione e dispersione. Vale la pena ricordarle, perché la memoria non sempre è un esercizio sterile.

Il Sole 24 ore – 13.08.14
LA RIFORMA DEL SENATO E’ UN PROGETTO COERENTE MA RESTA IL NODO REGIONI
di Francesco Clementi
Quaranta articoli in quattro mesi. È lungo questo percorso che, per ora nella prima lettura delle quattro previste, si è sviluppato il disegno di legge costituzionale mirante a riformare il bicameralismo paritario (composizione, poteri e funzioni), a sopprimere il Cnel, ad abolire le province e a rivedere il Titolo V della Costituzione.
Si tratta evidentemente di un risultato importante, tanto per chi l’ha promosso quanto per chi l’ha sostenuto, a maggior ragione perché – ed è la prima volta dalla Costituente – voluto da eletti di schieramenti opposti; a riprova che, pur con tutte le difficoltà del presente e le tante zavorre del passato sulle spalle, questo Paese ha dentro di sé la forza necessaria per cambiare. Superando sue supposte genetiche “anomalie”.
In questo senso, prima del merito dunque rileva il valore simbolico che questa votazione rappresenta, come ha sottolineato ieri Stefano Folli su questo giornale. È stata, infatti, una iniezione di fiducia – uno “yes, we can” – molto importante; per certi aspetti addirittura più della stessa approvazione in sé, perché dà credibilità alla politica verso l’esterno e, al contempo, verso l’interno, le dà la forza per rimuovere i non pochi ostacoli che impediscono una reale ripresa economica, dando modo di portare a termine con coraggio, anche contro il consenso del day by day, le dure scelte sociali da compiere.
Nel merito, si riscontra un disegno in gran parte coerente; un progetto, per lo più, equilibrato, nel cui iter – come ha sottolineato il Presidente Napolitano nella cerimonia del Ventaglio – non c’è stata «né improvvisazione né improvvisa frettolosità», e che testimonia pure il valore e l’importanza dei lavori e del dibattito avvenuto in Commissione e in Aula. Questa dinamica peraltro, vieppiù su tali questioni, contribuisce a rafforzare pure il prosieguo dei lavori in Parlamento, soprattutto ora che, da settembre, inizierà la prima lettura ad opera della Camera dei deputati, momento nel quale qualche modifica sarà comunque necessaria, come già lo stesso governo ha sottolineato.
Tre grandi assi sostengono questo testo: la scelta che sia una camera rappresentativa delle autonomie – cioè di un Senato federatore e non invece di un Senato federale – in modo tale da dare finalmente un senso concreto alla forma di Stato di tipo poliarchica, già delineata nel 2001; quella che sia espressione appieno della partecipazione alle funzioni di raccordo e sostegno delle scelte del nostro Paese riguardo all’Unione europea, affiancandosi all’indirizzo politico di governo e rendendosi esso stesso “motore” di europeizzazione per le autonomie da e verso Bruxelles; infine, il fatto che sia espressione della funzione di un controllo, tanto delle attività delle pubbliche amministrazioni quanto dell’attuazione delle leggi dello Stato e delle politiche pubbliche, concorrendo peraltro ad esprimere pareri sulle nomine di competenza del Governo nei casi previsti dalla legge.
Tra le novità rilevare, ad esempio, vi è la possibilità di sottoporre le leggi elettorali al sindacato preventivo della Corte costituzionale, ad un migliore riparto di competenze tra Stato e Regioni che, pur riportando circa venti materie allo Stato, definisce meglio l’identità del legislatore regionale, potenzialmente riducendo di molto il contenzioso di fronte alla Corte e, del pari, responsabilizzando pure di più le regioni con la costituzionalizzazione del principio, tra entrate e spese, delle condizioni di equilibrio di bilancio regionale. Così come, in tema di procedimento legislativo, al voto a data fissa in Parlamento per alcuni provvedimenti del Governo corrisponde una maggiore responsabilità dello stesso nell’uso della decretazione d’urgenza.
Cosa manca? Di sicuro il Parlamento non ha avuto il coraggio di affrontare né lo squilibrio di una specialità regionale che ormai mal si giustifica, tanto in ragione dell’Unione europea quanto per evidenti motivi di tenuta economica, né si è pronunciato con forza, pur essendo normativa di rango ordinario, sulla permanenza o meno del cosiddetto sistema delle Conferenze tra lo Stato e le autonomie in regime di nuovo Senato. Vedremo. Di certo, intanto, un Senato che cambia il Senato non è poco. Tutt’altro.

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