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"Avere cura", di Andrea Bagni – Retescuole 03.09.14

Qualche mese fa è uscito sul numero 105 di Leggendaria un documento intitolato Dei legami e dei conflitti. Che succede se l’Europa si prende cura.
È opera di un collettivo storico di femministe, Il gruppo delle femministe del mercoledì (Fulvia Bandoli, Maria Luisa Boccia, Elettra Deiana, Letizia Paolozzi, Bianca Pomeranzi, Bia Sarasini, Rosetta Stella, Stefania Vulterini).
Parla di cura come di un possibile nuovo paradigma della politica, e a chi vive nella scuola può fare un effetto un po’ strano. La sensazione sorprendente di essere a casa, riconosciuti, rivelati a se stessi. È un po’ come spostarsi, passare dal paesaggio desertico della sfera politica istituzionale, o da quella di massa di una solitudine densamente popolata, agli spazi ravvicinati delle relazioni umane. Cioè politiche.
Certo si tratta di un luogo tutt’altro che irenico, protetto o al riparo da quello che accade sul piano sempre più invasivo del potere. È terreno incerto di conflitti, attraversato da codici simbolici che arrivano dappertutto a devastare e strutturare la nostra lingua e la nostra mente.
Un immaginario collettivo che produce depressione, rabbia e insieme un desiderio perverso di affidamento: la delega permanente a qualche uomo-della-provvidenza, solo al comando, quello che farà giustizia delle caste e degli apparati, delle corporazioni che bloccano il paese. Ci vendicherà di chi ha il privilegio dei diritti. L’uguaglianza è la sottomissione universale, quindi “democratica”, alla logica della competizione. La superficie piana che non conosce interlocutori collettivi, solo piccoli uomini feroci, consumatori televisivi di talk-show elettorali.
E l’affidamento è ricambiato sul piano retorico perché l’Uomo che decide è anche quello che continuamente fa riferimento alla famiglia, alle mamme e ai figli per i quali dobbiamo fare i “compiti a casa”. Non si è mai parlato così tanto di donne e bambini come nell’epoca della loro riduzione a gadget biondo, faccina nera da prendere in braccio una volta salvata dall’Africa.
In un certo senso, in particolare nella scuola, si vive la sensazione paradossale di non essere rappresentati e insieme di non essere al riparo dalla rappresentanza. Dalla sua assenza che agisce, dal vuoto dei suoi linguaggi che riempie il nostro immaginario nella bulimia di promesse e annunci.
E tuttavia a scuola, malgrado tutto, succedono ancora cose belle. Piccole meraviglie.

Una mattina, a proposito del Giovane Holden che lascia la scuola da cui è stato buttato fuori, una ragazza di seconda legge quello che ha scritto sulla memoria e le cose perdute. Parla del nonno e si commuove, la voce si spezza di continuo. Le diciamo che può smettere se vuole, il testo lo posso leggere io oppure non fa niente, pazienza. Lei dice no, lo voglio fare io, è importante.
È come una piccola cerimonia, un rito vero di addio. Anche un regalo per i compagni e le compagne, che se ne accorgono e ascoltano muti.
Alla fine dell’esame di stato per ragionieri, un’altra ragazza mi dice che vuole scegliere filosofia all’università e quando avverto che forse, di questi tempi, potrebbe avere dei problemi a trovare lavoro, risponde che “di questi tempi” problemi si trovano comunque, tanto vale fare qualcosa che ci piace, che appassiona personalmente. È come dicesse che nella crisi del valore di scambio del titolo di studio può crescere il valore d’uso del sapere. Nella società esplosa delle biografie aperte, il sapere che un tempo si diceva disinteressato – il più interessante.
Mi sembrano a modo loro micro eventi politici, così lontani dalla Politica così vicini al cuore della vita comune – sebbene senza voce pubblica nell’epoca della spoliticizzazione della polis, dove le istituzioni sono lontanissime dalle piazze e l’agorà è roba da piazzisti: esposizione sullo scaffale dell’offerta elettorale di volti e sorrisi in vendita.
Perché, come in una poesia di Wislawa Szymborska:

Per gli statisti diventa d’obbligo il sorriso.
(…)
I nostri tempi non sono ancora così allegri
perché sui visi traspaia la malinconia.

E però ti raccontano anche le ragazze durante la classica occupazione di fine novembre, il volantino votato in assemblea meglio lasciarlo stare. Profe non guardi la piattaforma di lotta, i decreti attuativi o la finanziaria. Noi neanche sappiamo che è quella roba. È che siamo appena a novembre e già massacrati di voti, non ce la facciamo più, abbiamo bisogno di respirare. L’occupazione l’abbiamo votata per questo.
La cosa che mi lascia senza parole è che questo soffocare nella megamacchina scolastica, fatta apposta per uccidere passioni e desideri, ritmica di misurazioni e test, loro lo considerano quasi una questione privata, la verità che non si può dire al microfono, pubblicamente. Lì contano le normative, la propria vita no, non c’entra con la scuola. Nemmeno con la politica. E alla fine, nell’istituzione dei tempi e degli spazi rigidamente codificati, loro girano con i roller per i corridoi mentre le campanelle continuano a suonare, perché il timer dei tempi è programmato da fuori e immodificabile. Trascendente.
Qualcosa del genere succede anche a noi adulti. Di quella vita di classe che è anche intensa spesso, niente arriva nei luoghi istituzionali, collegi o consigli. Lì tutte e tutti mandano avanti le proprie controfigure scolastiche buro-pedagogiche.
Rassegnate. Nessun conflitto, al massimo il mugugno nella sala docenti. Troppa sproporzione di forze, troppo forte il vento che avanza, troppo deboli noi. Senza speranza e comunità politica, anche “sentimentale”, non c’è conflitto.

E tuttavia nelle classi e altrove un desiderio sopravvive e addirittura vive, malgrado un processo di tecnicizzazione universale che riduce lo spazio pubblico a luogo di prestazione di servizi indirizzati alla soddisfazione del cliente, alla sua cura – magari da affidare alle donne per vocazione “naturale”. Tutto da rendicontare e misurare. Invece fuori misura si incontrano ancora desideri e passioni non tristi. Che non puntano tutto sulla paura: studiate, sacrificatevi oggi perché domani se no il mondo vi farà a pezzi, è una giungla, bisogna saper competere, acquisire il capitale conoscitivo da spendere sul mercato del lavoro. Mai la consapevolezza che ci può essere un possibile piacere nella ricerca comune, nella scoperta personale. Qualcosa che in realtà tutte/i abbiamo provato e proviamo.

Sarebbe importante abbandonare la tradizione pedagogica di una sinistra che vuole sempre spiegare il mondo al mondo. Scommettere sull’esistenza di anticorpi a questa fase costituente del neoliberismo, dislocati certo chissà dove. Dentro. Nelle domande e nei dubbi delle aule, nella gentilezza rivoluzionaria di certi gesti, gratuiti.
Non si tratta solo di costruire barricate ma di liberare territori, spazi da abitare, che possono determinare frane, sottrarre senso e abitarlo in proprio.
Peraltro, se un’energia si trova nelle ragazze e nei ragazzi, mi pare sia nel difendere uno spazio personale di libertà. Dagli adulti, dai governi, dalle Chiese. La dimensione della laicità come apertura delle proprie vite, non comandate da qualche autorità o verità assoluta, mi sembra sia sentita come preziosa nel casino generale. Si protegge in un certo senso la propria fragilità. La possibilità di essere incerti e insicuri ma singolari, non riducibili all’obbedienza dei fedeli né alla militanza degli eserciti. Né moltitudine né massa. Questa fragilità, l’essere tutte/i orfani di un padre onnipotente, può rendere sacra leopardianamente questa vita comune, orfana di trascendenza. Fragile e autonoma.
Responsabile di sé.

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