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"La laurea ultimo baluardo contro la disoccupazione giovanile", di Cristina Da Rold – 20.09.14

Cresce il numero degli under 29 disoccupati. Eppure ancora oggi il titolo di studio fa la differenza: i laureati sono l’unica fascia fra gli under 29 in cui il numero di assunzioni a tempo indeterminato previste, seppure in progressivo calo rispetto al 2010, supera quelle a tempo determinato. La fetta più grande dei nuovi contratti a tempo indeterminato andrà ai laureati in discipline economiche (37%) seguiti da ingegneri elettronici e della comunicazione (16%) e industriali (12%). Ma si tratta di pochi fortunati: solo il 5,6% dei laureati riesce a strappare un contratto di assunzione a tempo determinato o indeterminato

I dati sul lavoro parlano chiaro: la crisi non è finita. Sia per i giovani che per i meno giovani i contratti a tempo indeterminato e quelli a tempo determinato continuano a diminuire anno dopo anno, mentre aumentano quelli che una volta messa la corona d’alloro al collo assaporano il senso dell’horror vacui.

Le vecchie professioni “sicure” come il medico o l’avvocato non assicurano più i frutti di un tempo, ma ciò non significa che studiare serva sempre meno, anzi. I laureati sono l’unica fascia fra gli under-29 in cui il numero di assunzioni previste a tempo indeterminato, seppure in progressivo calo rispetto al 2010, supera quelli a tempo determinato. Le cose vanno male insomma, ma vanno ancora peggio per chi ha un titolo di studio basso o non ne ha nessuno.

Non si tratta del solito allarmismo basato sui racconti dei molti che a più di un anno dal temine degli studi non sano più dove sbattere la testa, ma di un trend la cui evidenza è dimostrata dalla banca dati ufficiale Excelsior costruita da Unioncamere a partire dal 2010, che fa il punto sui nuovi contratti di lavoro dichiarati dalle aziende italiane. Il dato meno incoraggiante emerge considerando i contratti non stagionali a tempo indeterminato e quelli a tempo determinato, esclusi gli ”interinali”, i contratti di apprendistato e le sostituzioni.

È evidente che il mercato del lavoro è oggi assai più complesso rispetto al binomio indeterminato-determinato: ci sono parecchie tipologie contrattuali, oltre all’avanzare del fenomeno del lavoro sommerso e dei sempre più numerosi casi delle “false partite iva”. Quello che emerge dai dati Unioncamere è dunque un calo progressivo dei contratti di lavoro standard per come siamo stati abituati a intendere il lavoro negli ultimi decenni.

Non è però il caso di fare di tutta l’erba un fascio. Se questo mercato del lavoro offre sempre meno, a ben vedere non pare però che i contratti a tempo indeterminato siano una mosca bianca, specie tra i giovani laureati.

Se consideriamo le stime sugli assunti per titolo di studio, scopriamo che i laureati sono l’unica fascia in cui il numero di contratti a tempo indeterminato dovrebbe superare quelli a tempo determinato. Se complessivamente nel 2014 Unioncamere prevede che ci saranno 32.610 nuove assunzioni a tempo indeterminato per gli under-29 e quasi 60.000 nuovi contratti a tempo determinato – i dati relativi al 2014 sono stime riferite all’intero anno sulla base di una rilevazione effettuata nel periodo marzo-aprile 2014 – per i laureati la previsione si ribalta. I nuovi contratti a tempo indeterminato dovrebbero superare quelli a tempo determinato: 8.710 contro 7.200. Previsioni, si direbbe. Certo, ma a ben vedere la stessa situazione si osserva anche esaminando i dati rilevati negli ultimi anni.

Secondo le statistiche dunque studiare paga. Pare. Il punto è che cosa studiare e qui la situazione è decisamente più sfaccettata e a tratti sorprendente, anche perché con buona pace delle varie statistiche sulle lauree più o meno “utili”, a fare la differenza sono molto spesso l’intraprendenza e la creatività del giovane, oltre a un’eventuale specializzazione post-lauream. Se è vero infatti che nel 2014 la fetta più grande dei nuovi contratti a tempo indeterminato sarà occupata dal laureati in discipline economiche (37%) seguiti da ingegneri elettronici e della comunicazione (16%) e industriale (12%) – mentre i vecchi laureati in discipline umanistiche se la passano decisamente peggio – nei contratti a tempo determinato stimati gli umanisti battono architetti, psicologi, ingegneri ambientali e civili e biotecnologi.

Queste cifre però si riferiscono comunque ai più fortunati, a quelli a cui è stato proposto un contratto di lavoro. Se consideriamo infatti le statistiche Miur sul numero dei laureati italiani degli ultimi anni ci rendiamo immediatamente conto che la statistica Unioncamere racconta, malgré soi, solo una parte dei giovani. 9.100 laureati sono stati assunti a tempo indeterminato nel 2013 e 7.800 a tempo determinato, una percentuale comunque bassissima sul totale dei 297.000 laureati nell’anno solare 2012.

Una forbice che si va progressivamente allargando dal 2010. Quattro anni fa i laureati italiani sono stati 292.810 e gli assunti a tempo indeterminato e determinato rispettivamente 13.420 e 10.940. Evidentemente, ancora una volta andrebbero considerati per una valutazione completa delle condizioni lavorative anche i liberi professionisti e, come si diceva, le “false partite iva”, ma rimane il fatto che per un giovane, laureato o no, entrare nel mondo del lavoro come dipendente è sempre più difficile.

Inoltre i laureati rimangono una piccola parte degli under 29 che cercano di entrare nel mondo del lavoro. La fetta più grande è costituita dai diplomati, seguiti dai giovani senza titolo di studio e infine da coloro che hanno un diploma professionale, con la percentuale più bassa di assunzioni a tempo determinato.

A discapito dunque dei luoghi comuni, pare che anche in questo Alto Medioevo del mercato del lavoro studiare o meno faccia ancora qualche differenza.

Le diseguaglianze – e questo non è certo un dato nuovo – sono ancora una volta anche geografiche. Se osserviamo la “mappa del tempo indeterminato” basata sempre sulla banca dati Excelsior di Unioncamere, notiamo immediatamente che le differenze regionali ci sono eccome, anche se a ben vedere i treni carichi di giovani che da sud vanno verso nord in cerca di fortuna non dovrebbero poi essere così pieni. Se proviamo a paragonare le regioni simili come dimensioni, vediamo che in Lombardia i contratti a tempo indeterminato per gli under-29 sono un numero molto maggiore rispetto al resto d’Italia, ma non pare sarà così in Piemonte, in Veneto e soprattutto in Toscana, dove l’offerta sembra si rivelerà, secondo le stime, minore rispetto a Lazio e Campania e non di molto maggiore rispetto alla Sicilia.

Insomma, sebbene questi dati Unioncamere facciano riferimento solo al lavoro dipendente, permettono di mettere un po’ d’ordine su cosa si salva e cosa no in questa complessa crisi che ha travolto il mondo del lavoro.

Scordiamoci dunque i benefici a breve termine dello scegliere la professione medica o l’avvocatura. Ma anche scordiamoci l’adagio tanto di moda oggigiorno secondo cui per assicurarsi un buon posto di lavoro è meglio un diploma professionale che una laurea. E pare dobbiamo scordarci anche che da questo punto di vista a sud si sta peggio che a nord.

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