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"Sì significa sì", la lezione della California contro gli stupri – Manuela Ghizzoni 30.09.14

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Lo stupro è forma di violenza le donne antica. Una violenza che si nutre degli stereotipi patriarcali e sessista,  diffusi nelle società democratiche occidentali più di quanto non siamo portati a credere, perché è più comodo per la nostra coscienza credere che la libertà e la dignità delle donne sia oltraggiata solo dalle “altre culture”. Non c’è dubbio sul fatto che la  violenza alle donne sarà sconfitta grazie ad un profondo lavoro culturale, in grado di rimuovere stereotipi e modelli che pongono la donna in un ruolo subordinato.  Ma il cammino è lungo e per accelerarlo ben vengano anche strumenti giuridici “estremi”, come la legge Usa  contro gli stupri nei campus universitari. Pronunciare un no e un si è un atto di libertà e autodeterminazione, tanto che provenga da una donna o da un uomo. Ma poiché questo facile principio non pare sia condiviso da tutti, allora è giusto che sia la legge a sancirlo.

La Repubblica 30.09.14
Sacramento. Il provvedimento contro le violenze sessuali nei college si chiama “Sì significa sì” Mette fine a insabbiamenti e umiliazioni: il silenzio non costituisce più consenso. “Ora tutta l’America si adegui”
La svolta della California Prima legge negli Usa contro gli stupri nei campus universitari
di Federico Rampini
 

“Yes Means Yes”. Così la California ha deciso di chiamare la nuova legge anti-stupro. È una misura draconiana decisa per mettere un argine alle violenze sessuali nei campus universitari. La piaga è nazionale, la legge californiana è la prima a dare una risposta così drastica. “Yes Means Yes”, cioè solo se dico sì vuol dire sì. Occorre un consenso chiaro perché l’atto sessuale non sia violenza. Basta con la cultura sessista che considera come un implicito assenso il fatto che la ragazza sia ubriaca, oppure che abbia deciso lei stessa di uscire da sola con un partner, o che inizialmente abbia dato l’impressione che “ci stava”.
Non è un problema d’altri tempi. Questo tipo di attenuanti e giustificazioni allignano tuttora tra le autorità accademiche americane. Spiegano il fatto che la maggioranza degli stupri fra studenti non vengono sanzionati. Perfino un’istituzione prestigiosa e “liberal” come la Columbia University è finita alla gogna: l’anno scorso non ha preso un solo provvedimento, malgrado le numerose denunce (dieci). Una studentessa della Columbia ha dovuto inventarsi una sua forma di protesta solitaria, legandosi a un materasso, per attirare l’attenzione sul suo caso ed altri simili. A livello nazionale, meno di un terzo delle violenze sessuali compiute nei campus vengono seguite da una sanzione, anche una semplice espulsione del colpevole. Il fatto che non scatti neppure l’espulsione, tra l’altro aumenta il rischio di recidiva. Secondo uno studio della University of Massachusetts- Boston, il 6% degli studenti maschi ha commesso uno stupro, la maggioranza lo ha fatto più di una volta, senza ricevere alcun castigo.
In base alla nuova legge approvata dal Parlamento di Sacramento (la capitale della California) il “consenso” viene definito come «un accordo affermativo, consapevole e volontario, di avere un rapporto sessuale ». Il testo esclude quindi che il silenzio o la mancanza di resistenza della vittima siano sufficienti a indicare un consenso. Spesso finora le indagini sulle denunce di stupro venivano insabbiate col pretesto che la vittima non aveva lottato, non aveva tracce fisiche di un’aggressione, ferite o abrasioni. La normativa inoltre stabilisce che l’essere sotto l’effetto dell’alcol, di stupefacenti, in stato di incoscienza o nel sonno, impedisce di dare un consenso. «Questa è una grande vittoria — ha detto Meghan Warner che dirige la commissione studentesca sulle violenze sessuali alla University of California — il nuovo standard sul consenso ci aiuterà a voltare pagina dopo che tante vittime sono state umiliate. Ora tutta l’America deve adeguarsi».
La svolta di Sacramento arriva al termine di un crescendo di denunce, mobilitazioni nei campus, proteste. Solo di recente si è cominciato a capire l’estensione del problema nei campus universitari. In base a un recente studio della Casa Bianca, una donna che frequenta l’università ha più probabilità di essere violentata, rispetto ad altri ambienti. Quasi il 20%, una studentessa su cinque, ha subito qualche molestia sessuale nei college degli Stati Uniti, sempre secondo quel rapporto. Come accade in altre situazioni, le vittime hanno spesso paura a denunciare gli stupratori. Ma questa ritrosia è perfino accentuata nell’ambiente universitario.
Spesso in base ai regolamenti interni, e nel rispetto di antiche tradizioni di autonomia degli atenei, la denuncia non finisce alla polizia ordinaria bensì alla polizia del campus oppure alle autorità disciplinari dell’università. E qui si scopre che il mondo accademico è incredibilmente arretrato. Insabbia le indagini, non crede alle accuse, costringe le ragazze a interrogatori umilianti. La vittima finisce sul banco degli imputati, è la sua immagine a essere distrutta, prima di quella dell’aggres- sore. Una responsabilità è anche della pedagogia progressista, secondo cui all’università i ragazzi devono essere educati non puniti. Ma la spiegazione non è solo di tipo culturale.
Il mondo universitario è un grande business negli Stati Uniti. Facendo luce sulla piaga delle molestie sessuali, le università temono di danneggiare la propria reputazione e quindi di “perdere clienti”, i futuri iscritti e le loro alte rette. La mobilitazione studentesca ha fatto emergere proposte innovative per colpire gli atenei “dove fa male”, cioè nei soldi. Si potrebbero multare le autorità accademiche che non perseguono le denunce di stupro, con sanzioni proporzionali alla dotazione dei loro fondi capitali. Per una prestigiosa università dell’Ivy League come Yale che ha un fondo di 3 miliardi, una multa dell’1% cioè 3 milioni sarebbe adeguata. La nuova legge della California intanto stabilisce dei criteri precisi per le indagini e le istruttorie: ora le autorità accademiche che non le rispetteranno si esporranno a rischi reali.

 

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