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"Il rientro del capitale umano", di Silvia Bencivelli – La Repubblica 06.10.14

A volte ritornano. Riportano al nostro paese l’investimento che la collettività ha riposto in loro. Sono alcuni degli scienziati italiani andati a lavorare all’estero. E che, dopo anni, riescono a trovare l’occasione per rientrare.
A volte vengono selezionati da una fondazione capace di finanziarli per qualche anno. Oppure riescono ad avere accesso a fondi ministeriali, con cui pagarsi i primi anni di ricerca. In altre circostanze sono chiamati direttamente da un’università, che in questo modo riesce a scegliere il grande nome della scienza. O da un istituto di ricerca che ha la libertà di selezionare con criteri di efficienza chi lavorerà nei suoi laboratori.
Le loro storie raccontano le eccezioni di un paese che non riesce ad arginare il drenaggio dei suoi cervelli verso l’estero. Perché sei neodottorati su cento ci abbandonano dopo aver preso il più alto titolo di studio. Lasciano l’Italia e vanno ad arricchire i laboratori di Inghilterra, Germania, Stati Uniti. Mentre, ed è persino più grave, gli scienziati che dall’estero vengono a lavorare in Italia sono sette volte di meno.
La tendenza nel nostro paese è quindi sostanzialmente depressiva. E il perché si riduce a un numero: 1,25. L’Italia, cioè, investe in ricerca solo l’1,25 per cento del Pil, mentre la media europea è intorno al 2 per cento e paesi come gli Stati Uniti e il Giappone superano il 3 per cento.
Ma proprio a proposito di Pil, andrebbe considerato che studiare costa, soprattutto allo Stato. L’Italia investe 175 milioni di euro pubblici, ogni anno, per portare alla laurea i suoi studenti. Quindi ogni laureato è un investimento della collettività. In particolare costa circa 35.000 euro (al di sotto della media Ocse di 46.000 euro). Perciò farsene scappare cinquemila ogni anno significa una perdita immediata. A cui va aggiunta la perdita meno evidente, ma molto più grave, che graverà sul nostro futuro.
La ricerca (soprattutto scientifica) permette un rientro economico sul lungo e lunghissimo termine valutato in milioni di euro per ogni ricercatore. Alla fine dei conti, lungimiranza vorrebbe che si cercasse di attrarre più scienziati possibili. Invece noi non lo facciamo e per di più perdiamo molti dei nostri. Il risultato è che oggi la percentuale di ricercatori sulla forza lavoro in Italia è solo del 3,8, mentre la media europea è del 6,3.
Ma se tanti giovani neolaureati sono probabilmente spinti a emigrare da stipendi mediamente più alti di quelli italiani, chi ha deciso di dedicare la vita alla ricerca all’estero trova un paradiso fatto soprattutto di laboratori attrezzati, finanziamenti trasparenti, percorsi capaci di premiare il merito e l’impegno. Ed è questo il modo con cui possiamo pensare di farli rientrare. E di riportare in patria il proprio (anzi, il nostro) investimento migliore: la cultura scientifica.
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Riccardo
Ospite
Ci sono anche i ricercatori che provano a tornare, con i programmi ministeriali di “rientro dei cervelli” come il programma Rita Levi Montalcini, ma poi, dopo 3-4 anni, sono costretti a fuggire di nuovo perché sono rifiutati dalle corporazioni accademiche dei baroni capocupola italioti mafiosi, che spadroneggiano in tanti settori disciplinari nelle Università e che, attraverso i filtri nazionali al reclutamento (vedi ASN), tendono a spartirsi i posti a livello nazionale come una torta per i propri allievi-opliti, e vedono con fastidio chi viene dall’estero. Finché non si prende atto di questa realtà e non si prende una decisione politica… Leggi il resto »
Bruno
Ospite

Ho un figlio che sta ultimando il dottorato di ricerca nel settore robotica. Mi auguro possa far parte del capitale umano in rientro in Italia. Complimenti per l’articolo. Bruno Vespa

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