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"Bologna: fare impresa in carcere, la sfida dei reclusi della Dozza", di Giuliana Sias – Pagina 99 18.10.14

Esiste un’azienda, in Italia, nella quale metà dei dipendenti mette a disposizione la propria esperienza, l’altra metà tutta la volontà di cui è capace, in uno scambio generazionale che per dirla con Gramsci è in grado di produrre immense cattedrali e non semplici soffitte.

Un’azienda nella quale l’unico sciopero delle lancette è quello che si consuma nel fine settimana – improduttivo, alido, lento. “Da quando è iniziata questa esperienza di lavoro”, spiega Mirko, “il sabato e la domenica non passano più. Giù in officina fai mille cose, prendi il tuo utensile, te lo monti, qualcosa la fai sempre. Una vite sembra una stupidaggine, ma una vite contiene mille informazioni”.
Quest’azienda, fatta di viti e di vite, sorge nella cosiddetta “Packaging Valley”, tra l’Emilia e il resto del mondo. Quel gran pezzo d’Italia che ospita circa l’80% delle aziende nostrane che producono macchinari per l’imballaggio (scatole, blister, confezioni) per i più importanti marchi internazionali. Sigarette, alimenti, bibite, cosmetici e farmaci – che siano firmati L’Oréal, Twinings oppure Nestlé – vengono impacchettati da queste parti, nel distretto bolognese che non conosce la crisi e che, anzi, in piena recessione investe contemporaneamente sia nel sociale che in formazione. Quella di alcuni detenuti del carcere della Dozza.
Il FiD (Fare Impresa in Dozza) nasce ufficialmente nel 2012 e rappresenta un’esperienza unica in Italia. L’impresa sorge infatti all’interno delle mura della Casa Circondariale di Bologna dove improvvisamente una palestra si è scoperta officina, tredici detenuti hanno potuto imparare il mestiere grazie all’aiuto di altrettanti tutor (ex operai ormai in pensione) ed essere assunti a tempo indeterminato firmando un contratto da metalmeccanici. Si tratta di una “opportunità di lavoro stabile e duraturo”, si legge nell’atto costitutivo dell’azienda, “recuperabile nella vita successiva al compimento del periodo detentivo”. E infatti nel progetto non vengono coinvolti ergastolani. “Sentivo i miei nonni, mio padre, che lavoravano anche quindici ore al giorno in fabbrica”, racconta Roberto, uno degli operai, “per me la fabbrica era un posto simile all’inferno. Mi son dovuto ricredere con il pensiero che io avevo un tempo che chi andava a lavorare in fabbrica era un cretino perché c’era una vita sola e io magari in un’ora guadagnavo quello che loro prendevamo in una vita normale”.
Nella vita normale Roberto e i suoi colleghi lavorano 30 ore la settimana, cinque giorni su sette. Rispetto a qualsiasi altra azienda – spiega Aldo Gori, impiegato nel settore per 38 anni, da tredici in pensione – gli orari sono tassativi e così, che il lavoro sia finito o meno, alle 16 si smonta: “Alle quattro meno cinque arrivano le guardie e dicono “Qui si chiude”, e noi dobbiamo uscire”. Gori è stato chiamato, come dice lui, “a dare gamba a questo progetto”. In un primo momento assieme agli altri tutor ha tenuto un corso di 400 ore durante il quale “abbiamo insegnato a questi ragazzi Tabe della meccanica”. Poi è iniziato il lavoro vero e proprio nell’officina.
“Certi mi dicono ma non hai paura? Paura di chi?, rispondo io, ho più paura a girare per strada. Queste sono persone che non hanno alcun interesse a fare cose maldestre, capiscono perfettamente che questa è una chance che non possono perdere”.
Gori e gli altri insegnano, danno consigli e suggerimenti, due pomeriggi la settimana, a rotazione. “Quelle con le quali collaboro non sono persone innocenti, un guaio per essere lì lo hanno combinato di sicuro, eppure nonostante siano già due anni che ci conosciamo, ogni volta che arrivo mi stringono la mano e mi chiedono come sto. Tra noi si è creato un legame diverso, di vicinanza, che di solito non si crea nei luoghi di lavoro”.
E così, dopo una prima fase di reciproche e umane diffidenze tra sconosciuti, si assemblano in contemporanea macchinari per il packaging e meccaniche divine: “Certe volte nei confronti di un carcerato si è prevenuti ma noi tutor all’inizio ci siamo detti: “Arriviamo lì e gli facciamo sentire che sono come noi, che questo è un modo per riscattare le loro esistenze, senza fargli pesare in nessun modo che hanno combinato un pasticcio””.
I tutor svelano ai ragazzi i trucchi del mestiere, ovvero come si lavora per un settore altamente specializzato in un rapporto fatto di reciprocità e nuovi inizi. “E un’esperienza molto bella e coinvolgente”, racconta Valerio Monteventi che nell’ambito del FiD ha il compito di coordinare il lavoro di detenuti e tutor e facilitare i loro rapporti: “In sostanza mi occupo più della parte sociale che di quella produttiva”.
Perché scopo del progetto è anche quello del reinserimento e infatti, prosegue Monte-venti, “cerco sempre di favorire la collaborazione, il lavoro collettivo, per squadre, e quasi quotidianamente fissiamo dei momenti di riunione durante i quali ci confrontiamo sui problemi legati alla produzione”. Finora cinque operai che avevano aderito al progetto nel 2012 sono usciti dal carcere e sono stati assunti in aziende esterne. Il loro posto è stato preso da altri detenuti in lista d’attesa.
L’idea di creare un’azienda in carcere è dell’avvocato Minguzzi, docente di diritto commerciale dell’Alma Ma-ter di Bologna, che si è poi rivolto alla Fondazione Aldini Valeriani (quella dell’istituto industriale “per arti e mestieri” che nel capoluogo sforna tecnici dal 1878) e a tre giganti della packaging valley emiliana: Marchesini Group, GD e Ima, tre colossi del mondo della meccanica automatizzata che, assieme danno non poco filo da torcere ai principali big player tedeschi. Un’impresa audace di questi tempi?
“La verità è che non c’è mai un buon momento per fare le cose difficili”, risponde Maurizio Marchesini, presidente dell’omonimo gruppo bolognese e di Confindustria Emilia-Romagna, “se aspetti il momento più favorevole rischi di non partire”. Le aziende che finanziano il FiD non hanno pressoché risentito della crisi che in questi anni ha messo in ginocchio il tessuto produttivo italiano perché – spiega ancora Marchesini – “esportiamo tutte tra l’87 e il 95% del nostro fatturato”.
Lungo la via Emilia non esistono segni meno né disoccupazione e la concorrenza mondiale (cinese, ma soprattutto tedesca) viene tenuta a bada a furia di flessibilità e innovazione. Immuni all’inquietudine dei mercati, la scommessa sui detenuti della Bozza deriva dalla volontà di misurarsi in maniera inedita con una situazione “complicatissima” come può essere quella del carcere: “Noi siamo degli innovatori”, spiega il numero uno degli industriali emiliano romagnoli, “era giusto innovarsi anche da un punto di vista sociale”.
E così i tre gruppi leader del packaging italiano hanno deciso di unire le forze per investire sui carcerati, nell’ambito di una sfida che si spera verrà replicata anche altrove. Una storia di capitani coraggiosi, questa, che però non deve trarre in inganno. Schiacciata tra il terremoto del 2012 e un mercato interno fortemente depresso, infatti, la fotografia scattata da Marchesini è quella di un’Emilia Romagna in bianco e nero: “Ci sono aziende o interi comparti che vanno bene ma chi non può contare sulle nostre percentuali di export oppure opera nel settore dell’edilizia va malissimo”. Anche se la regione si conferma locomotiva d’Italia (a trainare sono appunto packaging e ceramiche) con le esportazioni che crescono del 5,8% mentre nel resto del Paese si fermano al 3,% (dati del Servizio studi di Intesa Sanpaolo).
In un contesto europeo in cui a vari livelli regnano le doppie velocità, gli occhi sono puntati soprattutto sulla Germania, che assieme all’Italia è uno dei Paesi a più alto grado di manifattura: “Tutto sommato”, commenta Marchesini, “soffrono i nostri stessi problemi, a partire dalla forte preoccupazione per i costi dell’energia, che comunque ammontano al 20-30% in meno rispetto a quelli che dobbiamo sostenere noi”. Posto che, certo, tra burocrazia, fisco e logistica, i freni posti alla ricrescita italiana non hanno rivali: “Quando parliamo con i nostri colleghi d’Oltralpe dei tempi che occorrono per ottenere i permessi per la costruzione di stabilimenti rimangono allibiti. Certe volte mi domando: chissà se i tedeschi riuscirebbero a fare impresa in Italia”.

Un detenuti su quattro ha un lavoro, pochi in un’azienda

In Italia i detenuti che lavorano sono 14.099, vale a dire il 24,2% delle 54.195 persone oggi recluse. Secondo le ultime statistiche del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria (Dap), aggiornate a giugno di quest’anno, la maggior parte lavora proprio alle dipendenze del Dap (11.735 detenuti, pari all’83,2% dei lavoranti), mentre solo una piccola minoranza (2.364, il 16,7%) è impiegata presso cooperative e aziende esterne che, almeno in linea teorica, possono dare loro una chance di reinserimento.
Di questa minoranza, 728 detenuti che godono della semilibertà lavorano all’esterno del carcere (701 per conto di imprese, gli altri in proprio) mentre altri 760 lavorano in carcere per conto di cooperative e altri 254 per altri tipi di imprese.
Al 30 settembre 2014 nei 203 istituti di pena italiani erano presenti 54.195 reclusi, di cui 17-552 stranieri e 2.335 donne. Il Dap stima una capienza massima regolamentare di 49.347 detenuti. Secondo altre fonti, tra cui i Radicali italiani, il numero effettivo di posti letto è tuttavia di appena 37 mila, perché molte strutture penitenziarie sono ancora inagibili e il piano carceri non è stato completato.
Di recente il Guardasigilli Andrea Orlando ha ricordato che nella riforma della giustizia del governo Renzi “c’è anche una delega sul sistema carcerario”. Riforma che il ministro vorrebbe far precedere dalla convocazione di “Stati Generali, che affrontino e studino questo delicato tema non solo con gli operatori del mondo carcerario”.
Il titolare del ministero di via Arenula ha spiegato, al riguardo, che gli Stati Generali sulla riforma del sistema penitenziario avranno tra i protagonisti “non solo gli operatori”, ma anche il variegato mondo del volontariato carcerario che ha consentito di “tamponare la gravissima situazione legata al sovraffollamento carcerario”.

 

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