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"Attenti ai pifferi delle Isole Cook", di Mario Pirani – La Repubblica 27.10.14

” Repubblica se lo sogna che la Svizzera sia davvero disposta a seppellire il segreto bancario” ci scrive un lettore di Lugano polemizzando con una mia rubrica del 29 settembre a proposito della legge che introduce anche in Italia la “collaborazione volontaria” (voluntary disclosure) del contribuente con lo Stato per la riemersione dei capitali nascosti. La legge è passata ora anche al Senato: dal rientro dei capitali sono attesi introiti erariali di diversi miliardi, che completeranno e rafforzeranno durante il 2015 la manovra economica espansiva che il Governo vuole realizzare. Gli accordi firmati all’Ocse e nel G20 prevedono che, dal primo gennaio 2016, i clienti dovranno fornire all’intermediario che opera in uno dei paesi aderenti, al momento della sottoscrizione di un prodotto finanziario, un’autocertificazione. Sarà a carico dell’intermediario verificare la correttezza dell’informazione.
Banca d’Italia fa una stima di 124-194 miliardi di capitali italiani nascosti all’estero, di cui il 60 per cento in Svizzera, infatti i banchieri svizzeri, consultati informalmente, parlano di 50-100 miliardi italiani nascosti nei loro caveau. Sempre dal nostro anonimo commentatore (il cui stile denota una dubbia parentela bancaria) viene espressa una preferenza per lo scudo anonimo al posto della voluntary disclosure. Vediamo cosa ci scrive: “…il possessore italiano di soldi all’estero dovrebbe recarsi all’Agenzia delle entrate e discutere il proprio caso. È come mettere la testa nella bocca del leone… oltretutto, per chi voglia rimanere nascosto, le stesse banche svizzere suggeriscono società finanziarie svizzere nei paradisi fiscali, per esempio nelle Isole Cook … per far rientrare quei capitali si dovrebbe addivenire a più miti propositi: per esempio, far pagare, se non il cinque per cento di Tremonti, non più del 10%”. Falso suggerimento: in tutti i paesi civili del mondo il contribuente, per regolarizzare le proprie posizioni, la testa la deve per forza mettere nella bocca del leone. Così succede negli Usa, ma anche in Francia e in Germania. La Francia, ad esempio, ha già offerto ai suoi contribuenti un percorso di “collaborazione volontaria”, i cui dati, resi noti a settembre, parlano di circa 2 miliardi di gettito erariale, quasi il doppio delle previsioni. Le banche svizzere che stanno collaborando, consigliano alla loro clientela di aderire alla procedura e i banchieri svizzeri, sempre consultati in modo informale, dicono che i tassi di adesione sono molto elevati.
L’Italia è, come al solito, in ritardo. Letta aveva proposto un decreto alla fine del 2013, in contemporanea con l’analoga norma francese. Il decreto è decaduto e le norme sul rientro sono state salvate dall’onorevole Causi, che le ha trasformate in un disegno di legge parlamentare. La Camera ci ha messo sette mesi ad approvare, e adesso è Padoan a trainare. E tuttavia, quando la legge sul rientro dei capitali sarà definitivamente approvata, il contribuente italiano che ha nascosto all’estero i suoi capitali per un certo numero di anni pagherà anche meno del dieci per cento. La legge prevede un calcolo forfetario su un tasso di rendimento nazionale del 5 per cento su cui si paga il 27 per cento, quindi l’1,35 per cento per ogni anno di esportazione non comunicata al fisco italiano. Questo, naturalmente, in assenza di evasione. Laddove risultasse un’evasione fiscale, si paga doverosamente il dovuto, ma con rilevantissimi sconti in materia di sanzioni pecuniarie e interessi e, soprattutto, di eventuali sanzioni penali di tipo tributario.
Certo, resta sempre l’alternativa di continuare ad occultare le somme non dichiarate al fisco trasferendole nelle Isole Cook, o in qualche altro posto esotico del Golfo Persico o del Sud America. Ma si tratta di un’alternativa molto rischiosa: i rendimenti garantiti da queste piazze finanziarie sono aleatori e incerti, le operazioni di occultamento sono molto costose (i soliti bene informati dicono che ci si può perdere anche il trenta per cento), e soprattutto se — con le informazioni che saranno sempre più utilizzate dall’amministrazione fiscale grazie alla tracciabilità dei movimenti finanziari — si venisse in futuro scoperti, allora il prezzo da pagare può diventare molto alto. Si pagherà infatti senza gli sconti previsti dalla procedura di “collaborazione volontaria” e, sul piano penale, si pagherà non solo il reato tributario originario, ma anche il reato connesso all’operazione di occultamento delle somme. Se l’occultamento è opera di un intermediario, scatta il reato di riciclaggio. Ma anche se il nostro evasore decidesse di fare tutto da solo, nella legge sul rientro dei capitali è stato opportunamente introdotto il reato di autoriciclaggio, finora mancante nel nostro codice.
Le banche svizzere sono istituzioni più serie e solide di come giudica il nostro furbastro lettore — diverso forse potrebbe essere il giudizio se parlassimo di piccoli intermediari “artigianali” e grigi, certamente non consigliabili. La Svizzera ha deciso — con atti politici e legislativi impegnativi, a partire dalle firme dei trattati internazionali e bilaterali — che dalla black list dei paesi che consentono il riciclaggio si vuole tirare fuori. Noi non possiamo che esprimere contentezza per questa decisione e auspicare che, grazie alla nuova legge italiana, la Confederazione possa finalmente andare alla firma di un trattato bilaterale anche con l’Italia.
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