attualità, politica italiana

“Così la paura cambia il volto delle destre”, di Mauro Magatti – Corriere della Sera 4.1.15

A vincere sarà la paura? Sotto i colpi del disordine globale causato dalla crisi è attorno a questo interrogativo che l’intero asse destra-sinistra si va ristrutturando.
Di fronte a una globalizzazione sempre più contraddittoria e sempre meno capace di mantenere le sue promesse, la rabbia e il risentimento rischiano di contagiare l’intera Europa (e non solo). Precari e giovani senza lavoro, anziani che vivono in periferie degradate e famiglie in difficoltà infoltiscono ogni giorno di più la schiera degli arrabbiati e degli sfiduciati.
La sinistra sembra lontana dalle inquietudini che attraversano i ceti popolari. A parte il caso della Grecia, i partiti di sinistra oggi rappresentano soprattutto i ceti medi istruiti e metropolitani: legati ai valori della tolleranza e del cosmopolitismo (sempre più spesso associati alla logica del mercato e della tecnocrazia), essi guardano con sufficienza a dimensioni quali la famiglia, l’identità culturale e territoriale, l’appartenenza religiosa.
Nel vuoto lasciato dalla sinistra, a crescere è la nuova destra che ormai si pone esplicitamente in contrapposizione al neoliberismo degli ultimi decenni. Un po’ dappertutto, a raccogliere consensi crescenti sono le formazioni che fanno leva sui temi dell’identità e che indicano nella lotta contro l’immigrazione il principale tema della propria proposta politica.
Il caso più noto è quello della Francia dove Marine Le Pen, favorita alla corsa per l’Eliseo, proprio ieri non si è risparmiata un attacco all’Italia, accusandola di essere la porta di ingresso di migliaia di immigrati in Europa. Ma non è da sottovalutare il cambiamento di clima che si va registrando in Germania, dove a capodanno Merkel è dovuta intervenire per stigmatizzare «chi predica l’odio» dopo le grandi manifestazioni organizzate a Dresda dal gruppo Pegida, gli «Europei patriottici contro l’islamizzazione dell’Occidente». Tensioni simili si registrano anche in Paesi noti per apertura e tolleranza quali Danimarca, Olanda, Svezia. E in Inghilterra, l’Ukip — che ha tra le altre cose proposto un embargo di 5 anni sulla stabilizzazione degli immigrati — è ormai una presenza scomoda, in grado di rubare voti al partito conservatore.
Muovendosi su questa linea, anche in Italia Salvini ha raddoppiato i consensi nel giro di pochi mesi.
Il fenomeno merita dunque di essere preso sul serio: la paura e la rabbia che si diffondono in Europa vanno ascoltati e non disprezzati, perché ci dicono che siamo entrati in un’epoca storica nuova.
Le considerazioni razionali — «in Paesi che invecchiano gli immigrati apportano un notevole sollievo demografico» — non bastano. In gioco c’è qualcosa di più profondo: di fronte a un presente gramo e a un futuro incerto, la sfida è riuscire a rispondere alla disillusione nei confronti della globalizzazione.
Si teme per il lavoro. I gruppi meno professionalizzati considerano temibili concorrenti i milioni di immigrati arrivati in questi anni: più motivati e disponibili, sono spesso preferiti dai datori di lavoro e più capaci di avviare nuove attività autonome.
Si teme per la propria incolumità: la percezione di insicurezza che si avverte nelle periferie di tante città si somma allo sgomento suscitato dall’ormai quotidiana crudeltà degli atti di terrorismo internazionale.
Ma forse, più in profondità, si teme per il destino di una storia — quella a cui si appartiene.
La metamorfosi della destra in corso — che nasce dunque dalla relazione tra dinamiche interne e internazionali — è un processo in corso. I suoi sbocchi ancora incerti.
Per questo è quanto mai importante decodificare l’inquietudine di fondo attorno a cui questo fenomeno sta prendendo forma: dopo l’euforia dei primi Anni 2000, la crisi sembra voler insegnare che una crescita solo estroflessa, oltre a essere economicamente insostenibile, è socialmente distruttiva. Per non compromettere la democrazia, l’economia non può più pensare di trascurare i processi di integrazione sociale (a cominciare dagli eccessi della disuguaglianza) e culturale (una comune appartenenza ha bisogno di riconoscere il senso del limite). Compito che, nelle attuali condizioni storiche, appare assai arduo.
Per questo occorre un immaginario politico-economico nuovo, in grado di tenere insieme ciò che oggi è destinato a separarsi. Ed è attorno a questo immaginario che l’asse destra-sinistra è destinato nei prossimi anni a venire ridisegnato.
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