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“È soltanto il vestito che cambia”, di Attilio Bolzoni – La Repubblica 01.03.15

 Quello che veramente conta per loro è la “tradizione”. Intesa come modo di vivere, come fedeltà a certi valori. Uno dei più famosi capi delle mafie italiane di tutti i tempi, Giuseppe Bonanno soprannominato Joe Bananas, nato a Castellammare del Golfo (Sicilia) il 18 gennaio 1905 e morto a Tucson (Arizona) il 12 maggio del 2002, ci ha lasciato un epitaffio: «Sono nato in un mondo che aveva una sua tradizione, tra gente a cui l’esperienza aveva insegnato a coltivare alcuni principi. Questa tradizione era il fiore della nostra cultura, ci indicava le cose giuste e le cose sbagliate». Tradizione nell’intimità e nel mistero, di padre in figlio per secoli.
La forza delle mafie — se ne parla come di un’emergenza nazionale da almeno un secolo e mezzo, cioè da quando è nato lo Stato italiano — è nella loro capacità di adeguarsi alle trasformazioni della nostra società, di essere sempre se stesse ma sempre modificandosi alla bisogna. Continuità e cambiamento. Mutare senza snaturarsi: mantenere la tradizione. Non deve allora sorprendere il bacio in bocca fra due giovani uomini d’onore della borgata di Altarello di Baida che poi si travestono in uomini d’affari trattando con banchieri o monsignori, non può meravigliare la miserabile esistenza su una fiumarad’Aspromonte del capo-bastone che poi si rivela socio di un commercialista di Sidney o di un broker di Rotterdam. È questa l’essenza più profonda della mafia, sia ‘Ndrangheta sia Cosa Nostra. Da quando era rurale per poi diventare urbana, dai campieri ai cantieri, passando per droga e finanza, appalti e grandi opere.
All’apparenza sembra un’altra cosa ma è sempre uguale. Solo con un vestito diverso.
Anche l’ideologia che professa all’esterno si adatta alle evoluzioni politiche e sociali. Fino a una quarantina di anni fa, in Italia la mafia era considerata quasi uno “stato d’animo” di siciliani e calabresi e sull’isola semplicemente “non esisteva”. N’è passato di tempo. Dalla “mafia non esiste”, oggi tutti fanno a gara a dire che “la mafia fa schifo”. È uno slogan furbo e lungimirante, dettato dalla necessità di sopravvivere. «La mafia fa schifo», grida Totò Cuffaro da governatore della Sicilia poco prima di finire in carcere per avere favorito la mafia. «La mafia fa schifo», urla in aula Francolino Spadaro, boss della Kalsa mentre il giudice lo condanna per mafia. La mafia fa schifo è una battuta che piace a tutti. Anche ai mafiosi. Sì, proprio quelli che continuano a pungersi con antica cerimonia il polpastrello dell’indice della mano destra (quella che spara) o a baciarsi in bocca ma senza lingua . E a quegli altri più profumati, pettinati e politicamente corretti che sono i loro complici.
La mafia, ve l’abbiamo appena detto, ha bisogno di conformarsi pienamente a ogni epoca, sentirsi dentro a ogni momento della storia. Come lo fa in questi anni? Nascondendosi dietro gli slogan dei propri nemici. È una mafia che ha scoperto il valore dell’antimafia. L’antimafia è oramai un capitale anche per lui, il mafioso che rispetta la tradizione ma che deve stare al passo con il mondo che ha intorno. Così è nato il mafioso antimafioso.
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