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Intervento alla Camera su formazione iniziale dei docenti e accesso alla professione – DDl Scuola – 14.05.15

“Qui trovate la traccia del mio intervento di oggi in Aula sul DDL Scuola. Mi sono soffermata su un tema strategico, quello della formazione iniziale dei docenti e dell’accesso alla professione, per il quale proponiamo una riforma in senso evolutivo. Nei pochi minuti a disposizione non sono riuscita a chiarire un punto importante: il nuovo modello necessiterà di un periodo di transizione, nel quale dovremo prioritariamente tenere conto e dare valore a tutti i precari che sono già abilitati alla professione.

Signora Presidente, Onorevoli Deputati!
Per questioni di tempo, mi concentrerò su un solo tema – quello della formazione iniziale dei docenti e dell’accesso alla professione – perché lo ritengo assolutamente cruciale per una Buona scuola. Tengo volutamente insieme formazione e reclutamento perché avere separato queste due fasi, come è stato fatto fino ad ora, ha prodotto enormi problemi, basti pensare al precariato e alla discontinuità didattica.
Non può esserci buona scuola senza buoni e motivati insegnanti. E per avere buoni e motivati insegnanti occorre formarli bene, reclutarli in base al merito e alle attitudini e poi sostenerli nel corso della loro vita professionale per l’aggiornamento di conoscenze, competenze e metodologie didattiche.
E questi aspetti, per la scuola secondaria, sono ora inseriti in una delega al governo, con precisi principi e criteri direttivi per innovare profondamente il sistema.
Da oltre vent’anni l’immissione in ruolo ha scadenze instabili, con l’effetto di aver creato una platea via via crescente di docenti precari in possesso, nella stragrande maggioranza, di un titolo abilitante alla professione. Eppure restano “stabilmente” fuori dalla scuola. Perché?
Perché scontano oltre al taglio delle cattedre – perseguito dal Governo Berlusconi, misura a cui ora finalmente si dà la prima, vera risposta di segno opposto con un massiccio ampliamento degli organici altrettanto vero e concreto – e pagano anche la conseguenza di un erroneo impianto del sistema, che li ha formati – penso al duro e costoso TFA – senza prevedere però la norma e quindi la modalità di valore concorsuale per la immediata immissione in ruolo. Così ha fatto e voluto, ad esempio, l’ex ministro Gelmini, che ha tradito – lei sì – le attese di giovani e motivati aspiranti docenti.
Questi errori, nel futuro, non vanno più compiuti. In che modo? Con l’introduzione di un modello nuovo e sistemico.
Un insegnante è un intellettuale, uno studioso, un ricercatore. Ecco perché la funzione docente va costruita fin dagli studi universitari – che immaginiamo in due fasi – sia con l’accurata e profonda preparazione nella propria disciplina e la maturazione di una specifica intelligenza critica, sia con una preparazione altrettanto accurata e aggiornata sulle discipline professionalizzanti: pedagogia, didattica, valutazione, competenze psicologiche e relazionali, innovazione digitale e sperimentazione.
Pensiamo ad un sistema che esclude insegnanti che scelgono questa professione come ultima spiaggia o che, talune discipline, vi dedicano spazi residuali dei loro impegni professionali. Un sistema che – a regime – non creeràà più precariato, che oggi costringe ad arrivare all’agognato ruolo svuotati di energie, speranze, progetti. E questo non è giusto.
In dettaglio, il nuovo sistema prevede che si consegua innanzitutto una laurea magistrale o un diploma accademico e che si maturino crediti formativi nel campo delle discipline antropo-psico-pedagogiche come crediti curricolari, oppure, come crediti aggiuntivi.
In possesso di questi titoli di studio, gli interessati affronteranno direttamente il concorso nazionale per essere assunti con contratto retribuito di formazione e apprendistato professionale di durata triennale. Saranno così assegnati ad una scuola, perché i posti messi a bando saranno strettamente relativi al fabbisogno futuro. Nel triennio di contratto due cose faranno: completeranno la loro formazione pedagogica e didattico-disciplinare, attraverso il conseguimento di un diploma di specializzazione, e si misureranno con la graduale assunzione della funzione docente, anche in sostituzione di insegnanti temporaneamente assenti. Così metteranno alla prova sul campo, le proprie capacità e attitudini all’insegnamento.
Al termine del triennio, il contratto sarà trasformato in assunzione in ruolo, solo a fronte della valutazione positiva del lavoro svolto, prima dei 30 anni, grazie all’investimento che lo Stato ha fatto sulle sue motivazioni e sul suo talento.
Nel nuovo sistema non ci saranno più costosi corsi abilitanti a carico degli aspiranti, anzi l’anno di specializzazione sarà retribuito. Non ci saranno più docenti precari, nemmeno per le supplenze.
Si tratta di scelte coraggiose e innovative. Scelte difficili, certo, soprattutto per la gestione della fase transitoria nella quale, ai fini dell’assunzione in ruolo, si dovrà tenere conto per prima cosa della competenza e della professionalità di coloro che hanno già conseguito il titolo abilitante. E naturalmente per questo personale non si può prevedere il conseguimento di un nuovo corso di specializzazione!
Con questo intervento legislativo, lo Stato investe di nuovo nei suoi insegnanti e lo fa retribuendoli anche nella fase iniziale di formazione e apprendistato e mette loro a disposizione occasioni e risorse per lo sviluppo continuo della loro professionalità.
E’ una piccola rivoluzione su cui l’Italia e la scuola italiana intendono scommettere.

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