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“La lezione di Paolo: indagini senza pregiudizi, richieste di condanna puntuali”, di Giuseppe Pignatone – Il Sole 24 Ore 19.07.15

L’eredità più preziosa di Paolo Borsellino e Giovanni Falcone per i giovani magistrati, ma prima ancora per tutti noi cittadini di questo Paese, è il loro esempio: senso delle istituzioni e senso del dovere spinti fino al limite estremo del sacrificio, oltre che – naturalmente – eccezionali qualità professionali e umane.

La prima lezione che ci viene da Borsellino, Falcone e dagli altri magistrati e appartenenti alle forze di polizia di quegli anni è che le indagini vanno fatte a 360 gradi, come spesso si dice, senza mai accettare che ci siano tabù o zone franche. C’è poi un nuovo metodo di lavoro: il lavoro di équipe (anche se nessuno ha mai dubitato del ruolo preminente di Falcone e Borsellino), un lavoro metodico volto a cogliere i nessi e i collegamenti tra una miriade di fatti apparentemente slegati tra loro, l’attenzione –forse per la prima volta- agli aspetti patrimoniali e alle indagini bancarie, la “scoperta” (se così si può dire) e l’utilizzo, tra mille polemiche, dei collaboratori di giustizia. Gli esiti di tutto questo sono ormai scritti nelle sentenze del maxiprocesso, nei libri di storia e anche, purtroppo nelle stragi di Capaci e via D’Amelio.
Ma accanto a questo una riflessione ulteriore ci porta, io credo, a sottolineare altri aspetti dell’attività di Paolo Borsellino e dei suoi colleghi. Il primo è la disponibilità ad affrontare le indagini con quello che io chiamo spirito laico, cioè senza pregiudizi di alcun tipo. Questo è tanto più necessario quando oggetto delle indagini sono realtà complesse o addirittura segrete per definizione come sono le associazioni mafiose. Certo a volte, specialmente oggi, può sembrare che sappiamo tutto delle mafie o –addirittura – che tutto fosse già scritto nei libri degli studiosi di 50 o 150 anni fa. Non è così. Bisogna sempre rimettere in discussione le proprie convinzioni e le proprie certezze. Falcone e Borsellino hanno detto che Buscetta ci ha fornito “i codici” per leggere e capire Cosa Nostra e in effetti con Buscetta è cominciata una nuova conoscenza della Mafia siciliana. Ma ci sono volute intelligenza e disponibilità per rimettere in discussione tutto quello che si credeva di sapere. Non dimentichiamoci che appena dieci anni prima, nel 1973, nessuno aveva creduto alle dichiarazioni di Leonardo Vitale, tanto simili a quelle che poi avrebbe reso Tommaso Buscetta. E lo stesso spirito laico ci deve guidare oggi ad affrontare le indagini sull’evoluzione di Cosa nostra sulla presenza della ‘ndrangheta al nord, negata per decenni pur dopo i grandi processi milanesi dei primi anni ’90, e quelle sulle nuove mafie che potrebbero svilupparsi in altre città italiane. E a proposito della ’ndrangheta mi sembra opportuno sollecitare tutti noi a non dimenticare, nelle analisi – per altro verso corrette – sul sempre maggiore ricorso delle mafie al metodo corruttivo/collusivo, la forza “militare” e la capacità di ricorso alla violenza che l’organizzazione calabrese tuttora possiede e che la rende, per giudizio unanime, la mafia più potente e pericolosa in questa fase storica.
Un altro punto di riflessione è l’attenzione alla concretezza del lavoro, al suo risultato in sede giudiziaria. In una delle sue rare interviste Paolo Borsellino ricorda che nel maxiprocesso erano iscritte come indiziate di reato circa 850 persone, ma il rinvio a giudizio fu disposto nei confronti di 475 soggetti, per gran parte dei quali il processo si concluse con l’affermazione di responsabilità e la pronunzia di sentenze di condanna. Una selezione, quindi, tanto attenta quanto rigorosa. Naturalmente dalle indagini emergono elementi di conoscenza della realtà sociale, economica e politica attorno a noi ma, almeno secondo me, le indagini si fanno, e si giustificano, per fare i processi ed avere una pronunzia del Giudice su fatti specifici addebitati a persone specifiche.
Mi sono tornate in mente a questo proposito le parole di Papa Francesco al Csm, il 17 giugno 2014, secondo cui la virtù specifica del giudice è la prudenza. Naturalmente il Papa parla della prudenza come virtù cardinale e infatti si affretta a precisare: «Non è una virtù per restare fermo. “ Io sono prudente: sono fermo, no! È una virtù di governo per portare avanti le cose, la virtù che inclina a ponderare con serenità le ragioni di diritto e di fatto che debbono stare alla base del giudizio». Si avrà prudenza, aggiunge Papa Francesco «se si possiederà un elevato equilibrio interiore, capace di dominare le spinte provenienti dal proprio carattere, dalle proprie vedute personali, dai propri convincimenti ideologici».
Questo ci conduce a un’ulteriore riflessione per la quale voglio solo citare le parole di Giovanni Falcone al Csm davanti al quale era stato chiamato a giustificarsi, proprio lui, dall’accusa sempre ricorrente, di “avere tenuto le carte nei cassetti”, di avere “insabbiato” – come si dice in gergo giornalistico – le indagini sull’on. Salvo Lima. «A me sembra profondamente immorale che si possano avviare delle imputazioni e contestare delle cose nella assoluta aleatorietà del risultato giudiziario. Non si può ragionare: intanto contesto il reato e poi si vede. Perché da queste contestazioni poi derivano, soprattutto in determinate cose, conseguenze incalcolabili. Quindi io continuo a essere convinto che questo tipo di elementi a carico di Salvo Lima non fossero tali, nemmeno per giustificare una informazione di garanzia, non so poi per quale reato».
La mia ultima riflessione si riaggancia alla prima, ma ha una portata più vasta e prende spunto non solo dell’opera di Paolo Borsellino e del pool antimafia ma anche – e soprattutto – delle vicende dei processi per la strage di via D’Amelio. Dobbiamo essere sempre acutamente consapevoli del rischio di sbagliare e del fatto che l’errore del magistrato può colpire o addirittura travolgere beni essenziali del cittadino: la sua libertà, la sua vita familiare, la sua reputazione. Naturalmente l’errore non è mai del tutto eliminabile perché siamo uomini, ma proprio l’esperienza ci deve spingere a una sempre maggiore attenzione. Da un lato, il maxiprocesso ha consentito di rivisitare e spesso modificare gli esiti di indagini precedenti, anche con la revisione di sentenze irrevocabili di condanna. Dall’altro lato, la serie di processi per la strage di via Amelio costituiscono una lezione che tutti noi dovremmo sempre tenere presente. Vi sono stati processi, celebrati con tutte le garanzie che il nostro ordinamento assicura, che hanno portato alla condanna di decine di persone, molte delle quali innocenti. Nella buona fede di tutti i magistrati di varie sedi giudiziarie fino alla Cassazione, sono state pronunziate sentenze di condanna all’ergastolo che si sono rivelate sbagliate. È un fallimento drammatico, non giustificato neanche dall’eventuale depistaggio iniziale perché i processi servono anche a evitare o svelare i depistaggi. Dall’altro lato è pure vero – ed è un dato anch’esso importante- che, sia pur tardivamente, il sistema processuale si è rivelato capace, proprio in questo caso così drammatico ed emblematico, di correggere se stesso e di rimettere in discussione anche sentenze irrevocabili così importanti e “sofferte” (se così si può dire).
Solo poche settimane fa, il presidente della Repubblica ha affermato che «sconfiggere per sempre le mafie è un’impresa alla nostra portata, ma per raggiungere questo traguardo è necessario un salto in avanti che dobbiamo compiere come collettività» ( 23 maggio 2015). A noi magistrati spetta, insieme alle forze di polizia, innanzi tutto, il compito della repressione, che dobbiamo svolgere nel modo migliore, ispirandoci all’esempio di Paolo Borsellino il quale, in una delle sue ultime interviste, disse: «Io credo ancora profondamente nel lavoro che faccio, so che è necessario che lo faccia, so che è necessario che lo facciano tanti altri insieme a me. E so che tutti noi abbiamo il dovere morale di continuare a farlo senza lasciarci condizionare dalla sensazione o, financo, vorrei dire, dalla certezza, che tutto questo può costarci caro».

Procuratore capo della Procura della Repubblica di Roma

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