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“L’Europa unita dagli egittologi”, di Laura Leonelli – Il Sole 24 Ore 19.07.15

Nella trasparenza tutto è possibile, i mondi si avvicinano, i destini si sovrappongono, un sacerdote del dio Amon incontra un archeologo belga, che a sua volta sceglie un restauratore italiano per riportare alla luce il mistero della XXI dinastia e dei suoi sarcofagi. E nella trasparenza di un’immagine al computer lo stesso archeologo segue da Bruxelles il restauro che avviene contemporaneamente sotto una capsula di vetro in una chiesa settecentesca del Castello Aragonese di Ischia. Quel castello su uno sperone di roccia che i greci scelsero come sede del loro primo insediamento in Italia nell’VIII secolo a.C., e che nel 1509 ospitò le nozze di Ferrante d’Avalos e Vittoria Colonna, musa di Michelangelo.
Sembrerebbe l’inizio di un romanzo, se non fosse che questa ricchezza di coordinate, quest’aria coltissima che spira dall’antico Egitto all’Italia e alle Fiandre, è la cronaca avvincente di una giornata al Musée du Cinquantenaire, istituzione voluta da Leopoldo II nel 1889, e oggi sede di una delle più belle raccolte di arte antica in Europa. Nel laboratorio del museo si sono dati appuntamento per il consulto mensile Luc Delvaux, egittologo, e Teodoro Auricchio, restauratore di fama internazionale, trent’anni di esperienza sui “legni” più delicati, dai mobili di Ercolano al coro del Duomo di San Giorgio a Ragusa Ibla, e oggi presidente dell’Istituto Europeo di Restauro di Ischia. Accanto a lui, Isabella Rosati, coordinatrice italo belga del progetto e restauratrice dei Musées Royaux d’Art et d’Histoire di Bruxelles, e sullo schermo del computer, in streaming da Ischia, Annalisa Pilato, anche lei restauratrice. Pochi centimetri più in là partecipano alla riunione virtuale gli stessi visitatori del Castello Aragonese, che dallo scorso ottobre assistono a ogni fase del restauro grazie a un’immensa teca trasparente, sotto la quale i tecnici dell’Istituto lavorano in silenzio e concentrazione.
È la Capsula Europa, modulo laboratoriale espositivo, ideato da Teodoro Auricchio, «per intervenire nelle condizioni microclimatiche ideali all’opera e offrire al pubblico l’occasione di scoprire la nostra attività e la bellezza dei reperti su cui lavoriamo». Ed è proprio la magia seducente di questo laboratorio “in vitro”, garantito dalla tecnologia Fervi, Bosch, 3M, EL.EN Group e Coral, insieme alla trentennale esperienza di Auricchio, ad aver suggerito ai responsabili di Bruxelles l’idea di costruire intorno al restauro dei sarcofagi della XXI dinastia, presenti nelle collezioni belghe, un evento di straordinaria importanza.
A settembre, concluso il primo ciclo di studi, il sarcofago lascerà il castello di Ischia (dal 1911 proprietà privata della famiglia Mattera), e seguito dai Tir in stile concerto rock dell’Istituto Europeo di Restauro tornerà a casa. Qui lo attende una capsula lunga sedici metri e larga tre e mezzo, «la più grande e tecnologica mai costruita fino ad ora», ricorda Teo Auricchio, che ha raggiunto questo traguardo anche grazie all’appoggio dell’azienda omonima, l’Auricchio di Cremona. Il prossimo 15 ottobre il Musée du Cinquantenaire accenderà le luci della mostra Sarcophages. Sous les étoiles de Nout, percorso di dodici sale – come le dodici ore notturne attraversate dal sole per rinascere ogni mattina – che illustrerà l’evoluzione dei riti funerari dell’antico Egitto e insieme svelerà il mistero dei sarcofagi, sui quali opereranno per sei mesi i restauratori dell’Istituto di Ischia. Quasi un film di fantascienza, un ritorno al futuro grazie ai nuovi orizzonti della realtà aumentata, vedi gli occhiali intelligenti della BMS, applicati al restauro per la prima volta al mondo. I bambini rimarranno senza fiato.
«Potrei essere uno di loro, visto che la mia passione per l’Egitto è nata proprio in questo museo dove mi accompagnava mia madre e dove poi sono tornato tante volte da solo», racconta Luc Delvaux, venticinque anni di ricerca in università e da cinque conservatore della collezione egizia del Musée du Cinquantenaire. Tra gli oltre duemila reperti della raccolta, splendono le testimonianze della XXI dinastia, rinvenuti nel secondo nascondiglio di Deir El-Bahari, tomba collettiva nella Valle dei Re, dove intorno al 950 a.C. i sacerdoti del dio Amon decisero di mettere al sicuro le spoglie di molti personaggi importanti del Nuovo Impero. «Era un periodo di crisi e già molte tombe erano state violate. In più mancava la materia prima, e come abbiamo scoperto dalle prime analisi i sarcofagi erano stati assemblati con legni di diversa provenienza, su cui gli artigiani avevano steso uno strato di stucco per mascherare le giunture. Addirittura un sarcofago, destinato in origine al sacerdote Ankhefenamon, ovvero “la sua vita viene dal dio Amon”, era stato poi riciclato per una donna di nome Ihy. Nel passaggio era stata modificata anche la posizione delle mani sul coperchio, chiuse al maschile e aperte al femminile», prosegue Delvaux.
Due anni dopo l’inaugurazione del Musée du Cinquantenaire, nel 1891 viene scoperta nella regione di Luxor una sepoltura molto particolare. L’autore del ritrovamento non è un egittologo, ma un tombarolo, Mohammed Adbel Rassou, “invitato” dalle stesse autorità francesi a passare dalla parte della legge. Qualche mese di ricerca ed ecco un’entrata segreta, si scende lungo un pozzo di quindici metri da cui parte un corridoio lunghissimo, e appoggiati alle pareti appaiono centocinquantatré sarcofagi, corredi funerari, papiri e tessuti. Sono i resti dei sacerdoti e delle loro famiglie, spose e figli, sepolti nell’arco di un secolo. E a questo punto avviene la tragedia, gli archeologi hanno fretta e i reperti vengono estratti senza prendere alcun rilievo né disegno. Velocemente i tesori vengono portati al museo del Cairo, che allora era a Giza ed era molto piccolo. Non c’è spazio, quindi si decide di dividere la collezione e offrirla alle nazioni europee che hanno una rappresentanza consolare in Egitto. Ventisei paesi e ventisei musei, compreso uno sperduto in Siberia, ricevono questo dono inaspettato.
Un lungo viaggio per nave fino ad Anversa, un tragitto in treno, e nel 1894 giungono a Bruxelles dieci sarcofagi. «Alcuni erano in cattivo stato di conservazione e il restauratore di allora era subito intervenuto per stabilizzare il legno e integrare la decorazione mancante con geroglifici di fantasia. Uno dei nostri obiettivi sarà appunto quello di individuare gli interventi moderni e insieme a Teodoro decideremo se tenerli oppure no», precisa Luc Delvaux. Nello schermo del computer, in diretta da Ischia, appare l’ingrandimento di un sigillo reale, privilegio del faraone, nel quale un sacerdote aveva inciso il suo nome, «prova di chi comandasse veramente all’epoca», commenta Delvaux. Poi la telecamera si sposta lungo i fianchi del sarcofago, «decorati come un tempio e ricoperti di rappresentazioni di divinità e riti funebri che presto, grazie al restauro, ci forniranno un’idea più precisa della teologia dell’epoca». La riunione si chiude con l’invio delle ultime analisi sui pigmenti e le resine. Dalla capsula di Ischia è tutto. Fuori, dice Annalisa, è una bellissima giornata. Anche a Bruxelles il cielo è trasparente. Ma sul salvaschermo del computer compare l’immagine del golfo di Napoli, geroglifico di eterna felicità.

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