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27 gennaio, La memoria che non sappiamo coltivare – Comunicato stampa 26.01.2016

“I testimoni diretti dell’Olocausto se ne stanno andando. Molti di loro hanno espresso la preoccupazione che la loro assenza possa rendere la trasmissione della memoria più complessa e meno efficace, affidata a una pagina scritta o a un documento filmato, poiché perfino il racconto diretto forse non è in grado di fare immaginare all’ascoltatore ciò che è stato definito “indicibile”. Lo stesso timore che il protagonista de “La notte più buia”, sopravvissuto ad Auschwitz, affida ai giudici del processo ai suoi aguzzini: “Fra la vostra immaginazione e la nostra esperienza non ci sono punti di contatto”. Ecco perché la Giornata della Memoria deve essere, anno dopo anno, uno snodo responsabile della nostra capacità di trasmettere quanto accaduto, consapevoli del rischio in agguato della vuota retorica, ma soprattutto di una ormai generalizzata perdita di memoria. E forse abbiamo già archiviato – magari senza sdegno – quella puntata di un noto quiz televisivo nel corso della quale nessuno dei concorrenti, tutti al di sotto dei 40 anni, ha saputo indicare, almeno per esclusione rispetto a date irrealistiche, l’anno della salita al potere di Hitler, e magari tutti e quattro si erano emozionati nel vedere “La vita è bella” o “Schindler’s List”. Una deprimente “smemoratezza”, una opprimente assenza di coordinate temporali che si saldano con un recente sondaggio pubblicato da L’Unità, secondo il quale un italiano su cinque pensa che si sia ormai esaurito il significato del 27 gennaio. Non possiamo arrenderci a questi dati di realtà. Anzi, molto è da fare affinché sia noto e realmente compreso come sia potuto accadere il più grande genocidio del Novecento, quali condizioni economiche, sociali, culturali e politiche lo abbiano consentito: solo così potremo contribuire a costruire una coscienza collettiva capace di farsi anticorpo contro il ripetersi di quell’odio, di quella violenza, di quel regime di terrore. Non basta sapere che è successo in un passato, più o meno indeterminato. Non è sufficiente l’emozione suscitata da un’immagine o da un film. Un sentimento non si trasforma, o almeno non da solo, in coscienza civile e non ci restituisce la complessità della Storia, necessaria a costruire il futuro. Dice bene Amos Luzzato, ex presidente dell’Unione delle comunità ebraiche in Italia, quando ribadisce che “senza memoria non c’è futuro. Ricordare è un atto di vita, non solo un tributo delle vittime”. In un’Europa tentata dal rinchiudersi nei suoi confini, in anni di crisi in cui dominano preoccupazioni e paure, assistiamo al diffondersi di rigurgiti antisemiti, alla radicalizzazione della destra xenofoba, alla marginalizzazione e alla discriminazione di tutti coloro che sono percepiti come diversi. Evidentemente, non è stato elaborato il senso di colpa europeo verso la Shoah, che qualcuno crede di placare con la Giornata della Memoria, come dice Elena Loewenthal. Celebrare degnamente il 27 gennaio è quindi un piccolo, ma fondamentale tassello di un percorso di conoscenza e consapevolezza, personali e collettive, in grado di salvaguardarci dalla tentazione dell’ostilità e del disinteresse e dall’insicurezza di un eterno presente”.

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