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Quegli sbarchi tra pietà, paure e speranze

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Quando li vediamo ammassati, spaventati, andar giù a centinaia su un traghetto pensato per trenta persone proviamo pietà per loro. Sono i profughi che, chiusa la rotta balcanica, tornano a tentare la fortuna sulla rotta mediterranea, provando (e non sempre riuscendo vivi nell’impresa) a sbarcare sulle coste italiane e spagnole, per poi dirigersi (salvo barriere più o meno impenetrabili) verso il Nord dell’Europa. Se, poi, hanno gli occhioni neri della piccola di nove mesi che ha perso la madre, tra l’altro incinta, durante la traversata, si fa strada anche la voglia di adozione. Ma passata l’emozione del momento, si torna a sprofondare nella paura e nella chiusura. C’è un video che ha circolato, per diverse settimane su Facebook in cui gli immigrati rivolgono domande agli italiani. Un senegalese esprime la questione cruciale: “Perché quando vedete un bambino nero dite “Ma che carino!” e gli fate le coccole e quando è grande lo volete cacciare?”. E’ vero, chissà quanti vorrebbero oggi accogliere la bambina di nove mesi, ma se avesse potuto arrivare con la madre, in quanti poi le avrebbero volute aiutare? Gli sbarchi dei migranti scatenano tutte le contraddizioni di questa nostra società. Gli esperti di flussi demografici, ma anche alcuni politici che conoscono approfonditamente l’Europa, ad esempio Emma Bonino, ci ricordano che Paesi come la Germania, l’Italia e la Spagna sono interessati, complice anche la crisi economica, da un preoccupante calo demografico. La cancelliera Angela Merkel non a caso non chiuse le porte ai profughi siriani: sono mediamente più istruiti e formati, così da poter essere inseriti nel tessuto produttivo locale con maggior facilità. Per lo più, però, prevalgono le paure, come la barriera austriaca al Brennero e quella al confine macedone ci dimostrano plasticamente. Mentre viene smantellato lo spaventoso campo di Idomeni e i migranti tornano in Turchia, l’Europa, pur spronata e sollecitata da varie parti, l’Italia in primis, continua a stentare nel trovare una politica comune che guidi e governi l’accoglienza e l’integrazione. La fuga da guerre, persecuzioni e fame non è un fenomeno passeggero. Dovremo imparare a farvi fronte, ma anche cominciare a pensare come aiutare concretamente i Paesi di provenienza.

photo credit: UNICEF- IOM partnership on assisted voluntary returning children from Ethiopia via photopin (license)

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