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Storia di Abu, tra angherie e riscatto negli studi

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Una storia di miseria e di angherie domestiche, una storia di riscatto e di studio a cui manca, però, il lieto fine. La storia di “Abu”, nome di fantasia per un ragazzino 11enne originario del Bangladesh trapiantato felicemente nel vicentino, è emblematica di una nuova generazione di aspiranti italiani che lottano per farcela e di comunità che, ancora, hanno il senso della solidarietà e dell’aiuto reciproco. Abu al momento è stato rispedito nel Paese d’origine, che praticamente non conosce, accudito da una nonna malata che, ugualmente, praticamente non conosce. Il padre violento, ora in carcere per aver tentato di uccidere la moglie, ha negato il consenso affinché potesse spostarsi in Inghilterra con gli unici parenti, gli zii, che avrebbero voluto tenerlo con sé. La madre, dopo anni di maltrattamenti, se n’è andata con un altro uomo. Lui, nel giro di pochi anni, da bimbo immigrato che non conosceva una parola di italiano si era trasformato nel primo della classe. Le maestre, i compagni e perfino gli imprenditori locali si sono mobilitati per farlo stare in Italia. Il padre, però, non ha voluto rinunciare alla patria potestà e per Abu, l’unica possibilità di sottrarsi a un genitore violento, è diventata il ritorno al Paese d’origine. L’auspicio è che la mobilitazione della sua nuova comunità possa superare gli ostacoli burocratici e normativi che gli impediscono il ritorno nella sua amata classe e ai suoi studi. Qualche dubbio, purtroppo, lo nutriamo, ma, a volte, il clamore mediatico attorno a una vicenda può aiutare a sbloccare quel possibile lieto fine che Abu davvero merita per l’impegno e l’energia positiva con cui è riuscito a individuare una propria strada per farsi largo tra circostanze a dir poco drammatiche.

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