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Quel capitale umano che non sappiamo sfruttare

capitale umano

Ancora una classifica importante in cui l’Italia non brilla. A stilarla è il World Economic Forum che, con l’edizione 2016 dello Human capital Index, prova a misurare la capacità dei singoli Paesi di valorizzare il capitale umano a propria disposizione. Il talento, non il capitale – dicono al World Economic Forum – sarà il fattore chiave che lega innovazione, competitività e crescita nel 21esimo secolo. Ebbene, l’Italia in questa graduatoria si piazza solo 34esima, decisamente dietro tutte le potenze mondiali (Giappone, Canada, Germania, Francia, Gran Bretagna e Stati Uniti sono tutti nelle prime 24 posizioni). Sul gradino più alto del podio c’è la Finlandia per la sua capacità di sviluppare i talenti dei giovani. Bene anche il Giappone che dimostra di sapersi avvalere dei talenti degli ultra 55enni. L’Italia, invece, sembrerebbe essere incapace di utilizzare il suo capitale umano, giovani e adulti “persi” in egual misura. Uno spreco che mette insieme vecchi problemi, che intrecciati tra loro ci rimandano un quadro decisamente preoccupante: pochi laureati, scarsa partecipazione alla forza lavoro (immaginiamo soprattutto le donne), alta disoccupazione (aggiungiamo noi, soprattutto giovanile), mancanza di formazione sul lavoro. Pare ci salvi dal precipitare più a fondo il sistema educativo da 0 a 14 anni e la varietà di competenze dei nostri laureati. Insomma gli investimenti fatti in passato sulle scuole dell’infanzia e primarie e il “genio” italico: un po’ poco per vincere la scommessa della globalizzazione.

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