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Brexit, adesso gli immigrati da far tornare a casa siamo noi

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Per la serie “si è sempre a sud di qualcuno”. Gli italiani, bombardati dalle immagini degli sbarchi, hanno paura di essere invasi dagli immigrati. Con la Brexit scoprono, improvvisamente, di essere loro gli immigrati invasori da rimandare a casa. La conferma arriva indirettamente dalla lettera che un centinaio di accademici italiani, tutti docenti nelle più prestigiose università inglesi, hanno scritto al presidente del Consiglio Matteo Renzi. Nell’immaginario collettivo l’immigrato è nero, malmesso, disposto a lavorare per pochi euro, rubando così posti di lavoro. Ma l’immigrato può essere anche bianco, ben vestito e molto colto. La paura dell’immigrazione discriminata è stata una delle molle che ha spinto la vittoria dei “Leave” in Gran Bretagna. Ora la favorita alla successione dell’attuale premier Cameron, il ministro degli Interni Theresa May, ha fatto balenare l’idea che, con la Brexit, anche gli europei che lavorano e vivono da tempo in Gran Bretagna diventeranno stranieri. E così i docenti di italiano e letteratura italiana hanno scritto a Renzi chiedendogli di essere “solidale” con gli europei d’Inghilterra e di contrastare le spinte a mettere in moto celermente il meccanismo che garantirà l’uscita della Gran Bretagna dall’Unione europea. I tempi dell’applicazione dell’ormai famoso art. 50 del Trattato che regola la secessione di uno Stato membro dall’Unione non saranno, ovviamente, stabiliti dal solo Governo italiano. E sicuramente sulla decisione peseranno i timori che il virus Brexit si diffonda anche in altri Paesi, soprattutto con l’avvicinarsi del 2 ottobre, data delle consultazioni convocate in Austria e in Ungheria. E’, comunque, interessante e tragico assistere a questo ribaltamento dei ruoli: dopo le ondate emigratorie degli inizi del ‘900 e dopo la fine della Seconda guerra mondiale, gli italiani sono di nuovo nei panni degli “emigranti” non graditi. E la sensazione, quando ti tocca direttamente, è di quelle che colpisce allo stomaco.

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