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Paralimpiadi, quello che ci insegnano Bebe, Zanardi e tutti gli altri

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L’urlo di gioia di Bebe Vio, dopo la stoccata che le ha meritato la medaglia d’oro per il fioretto. O l’abbraccio di Zanardi con Podestà e Mazzone, la staffetta che ha conquistato l’oro italiano della handbike. O ancora le immagini dei nuotatori senza braccia letteralmente appesi con la bocca ai nastri di partenza. Le Paralimpiadi di Rio hanno centrato l’obiettivo di garantire una ribalta internazionale a giovani donne e uomini dalla tempra eccezionale. Ha ragione il presidente del Comitato italiano paralimpico Pancalli quando, oggi, tracciando un primo bilancio di questa straordinaria edizione dei giochi, ha ribadito che, nonostante alcune prestazioni siano paragonabili (in un memorabile caso anche superiori) ai risultati agonistici ottenuti dai cosiddetti atleti normodotati, è giusto mantenere un palcoscenico separato per gli atleti paralimpici. E’ ancora necessario, almeno al momento, che possano avere garantita la scena mediatica tutta per loro, perché i temi che, con il loro esempio, portano all’attenzione di tutti sono essenziali per l’inclusione e la coesione di una comunità. Corpi non “perfetti”, in alcuni casi mutilati in maniera vistosa, abitati da carattere e volontà indomite, possono raggiungere obiettivi impensati. Si sconfigge così l’immagine, spesso patetica e comunque sempre spaventevole, del disabile come essere di categoria inferiore, incapace di accudire se stesso e trovare un posto nella società. Bebe, Zanardi e tutti gli altri (Pancalli compreso visto che gli hanno appeno chiesto di assumere un incarico internazionale nel movimento paralimpico) sono la testimonianza – vitale e gioiosa – che le grandi prove della vita possono essere affrontate e vinte con il coraggio e la determinazione e che l’omologazione a un unico modello, a cui sembrano aspirare tanti giovani e meno giovani nella società contemporanea, è una rappresentazione assolutamente parziale di quella ricchezza di diversità che è l’umanità.

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