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L’ avanzata della “bufala”, patologia che trasmigra dai social ai media

“Si comunica ormai per avere ragione, non per confrontarsi”: nelle parole di Walter Quattrociocchi, riportate oggi in un articolo da Avvenire, c’è tutta la sostanza, e la caparbietà, della comunicazione nell’era dei social. Un argomento all’apparenza per addetti ai lavori che, invece, ieri, grazie anche all’impegno della presidente della Camera Laura Boldrini, ha avuto un palcoscenico d’eccezione. La sala della Lupa di Montecitorio ha ospitato un convegno dal titolo programmatico: “Non è vero, ma ci credo – vita, morte e miracoli di una falsa notizia”. Che questa sia l’era della “post-verità”, intesa come verità soggettiva basata sul sentiment e non oggettiva cioè basata sui fatti, lo ha appena decretato anche l’Oxford Dictionary. Che dietro all’anonimato di una tastiera si nascondano tante pecore travestite da leoni è esperienza quotidiana e comune. Ora anche i professionisti dell’informazione si stanno scoprendo pressoché inermi di fronte alle bufale che, dalla rete trasmigrano, senza colpo ferire, alle agenzie e da lì ai media più titolati che, almeno da mestiere e codice deontologico, dovrebbero verificare le notizie, prima di pubblicarle. Non accade sempre così, perlomeno non con la frequenza che dovrebbe essere normale, complici la perenne rincorsa a lanciare per primi le notizie e media sempre più schierati contro quello o quell’altro presunto “avversario”. Ha ragione Michele Serra che, oggi, sull’Amaca invoca una responsabilità dei colossi della comunicazione via web che, dalla Rete, traggono grandi profitti e che, nella Rete, dovrebbero garantire maggiori controlli sul proliferare delle bufale e delle parole d’odio.

noneveromacicredo

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