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Serve un piano «Formazione Italia» per salvare l’educazione superiore

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Il 12 settembre, quindi in tempi relativamente lontani dai commenti del post-voto referendario, pubblicai un articolo nel quale individuavo una parte della cura utile a comporre, a mio avviso, le gravi fratture del Paese. Dico subito che non fu frutto di una particolare capacità precognitiva, ma solo dell’osservazione del corpo sociale italiano negli ultimi 10 anni da un osservatorio particolare (quello di parlamentare).
Mentre in treno scendo a Roma per il voto di fiducia al nuovo Esecutivo, ripenso a queste 4 fratture (Sud e Nord, generazionale, di genere, sociale) e mi auguro che il presidente Gentiloni possa affrontare il tema nel proprio intervento alle Camere

 

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Italia terra di tutti dottori? No, è un luogo comune: l’Ocse certifica che l’Italia ha la più bassa percentuale di laureati in Europa. Questo deficit formativo è un enorme ostacolo alla crescita solidale, sostenibile e intelligente del nostro Paese ed è anche il miglior sostegno all’immobilità sociale e al mantenimento delle rendite di posizione, perché la laurea non è un pezzo di carta, bensì un percorso di formazione che consente al suo titolare di guadagnare di più, di reagire meglio alle crisi e di vivere più a lungo. E questo è tanto più vero in un Paese, il nostro, nel quale – come ha illustrato il Rapporto annuale Istat – la disuguaglianza nella distribuzione del reddito è aumentata in dieci anni. Per frenare tale deriva occorrono interventi che incidano sui meccanismi di formazione dei redditi primari e quindi aiutino le persone a dotarsi di competenze e capacità meglio remunerate sul mercato del lavoro, quindi quelli nel campo dell’istruzione e della formazione.

Non è più procrastinabile un progetto nazionale per la formazione superiore, in grado di rimuovere gli ostacoli, di carattere economico e sociale, che ancora si frappongono all’accesso agli studi superiori per migliaia di donne e uomini, non solo giovani, di garantirne il successo formativo e una coerente affermazione professionale e lavorativa, di sostenere la funzione sociale di chi fa ricerca e promuove innovazione, anche gratificandone il lavoro. Un programma pluriennale di respiro sistemico per la crescita del capitale umano e quindi per lo sviluppo del Paese, analogo a quello previsto per «Casa Italia», il piano per la prevenzione sismica lanciato dal Governo, basato su conoscenze, competenze e investimenti di lungo periodo.

Un programma “Formazione Italia” avrebbe peraltro la capacità di cominciare a ricomporre le 4 macro-fratture che attraversano la Penisola, come pericolose faglie di superficie:
1) la frattura tra i Nord e i Sud: tutti gli indicatori ci informano del divario sociale ed economico sempre più profondo che caratterizza le regioni italiane. Per l’Italia meridionale e insulare si assiste per di più ad un elevato depauperamento umano e culturale dovuto ai significativi flussi di mobilità giovanile verso le altre regioni del Paese. La mobilità territoriale è un fenomeno positivo se «circolare», cioè se la valorizzazione del talento e delle capacità realizzata nei territori di approdo porta a ricadute positive anche sui territori d’origine, ma oggi si assiste ad un fenomeno unidirezionale, da Sud verso Nord. Un dato per tutti: per il Rapporto Almalaurea solo l’11 per cento dei laureati del Sud rientra nella propria terra dopo aver studiato fuori;
2) tra le generazioni giovani e quelle mature: la generazione dei millennials – i venti/trentenni di oggi – ha di fronte un futuro molto più incerto di quanto non l’abbiano avuto i loro genitori e i loro nonni, almeno per quanto riguarda l’affermazione professionale ed economica personale. Una consapevolezza che induce loro a maturare sentimenti di “esclusione” dalla comunità sociale (soprattutto se per vedere riconosciuto il proprio talento occorre trasferirsi all’estero), di estraneità dai processi di decisione politica, di disinteresse nell’analisi dei fenomeni che siamo chiamati a vivere in questo tempo. Ma “perdendo” i giovani nel corpo sociale, perdiamo il futuro di tutti;
3) tra i generi: sulla base del Rapporto Od&MConsulting, il titolo di laurea garantisce migliori redditi a tutti ma soprattutto mitiga il differenziale retributivo di genere, poiché tra laureati le disuguaglianze di salario tra uomini e donne sono più contenute di quelle tra i non laureati;
4) tra i ceti sociali, sempre più cristallizzati: oggi il reddito dei figli è strettamente correlato alle condizioni materiali nelle quali si sono trovati nella loro adolescenza, quindi al livello professionale dei genitori e al titolo di godimento dell’abitazione. Il vantaggio reddituale è del 14%in Italia ma dell’8% in Francia. Nel nostro Paese, poi, il livello di istruzione dei genitori ha un effetto ancora maggiore: gli individui che hanno almeno un genitore con istruzione universitaria o di scuola secondaria superiore dispongono di un reddito rispettivamente del 29 e del 26 per cento più elevato di chi ha i genitori con un livello di istruzione da scuola elementare o media inferiore.

“Formazione Italia” deve essere un investimento urgente di risorse e di riflessioni sull’intera filiera della formazione superiore (università, ITS, AFAM e, se verranno realizzati, i percorsi di lauree professionalizzanti) ma, per essere realmente efficace, deve coinvolgere l’intera società a partire dalle istituzioni rappresentative e territoriali e dai corpi intermedi a vocazione sociale, culturale, economica e politica. Attualmente i cittadini assegnano all’università e alla formazione superiore il 40° posto tra le loro priorità. Solo se questo tema risalirà da tale posizione marginale, “Formazione Italia” avrà avuto successo. Non si tratta di un mero vantaggio di classifica, bensì di un passo avanti nella promozione personale e sociale dei singoli cittadini e nella realizzazione di una società competitiva e dinamica che si fa forte delle competenze di cittadinanza del presente.

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