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Tumori, le terapie e l’importanza del rapporto medico-paziente

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Venerdì scorso ho partecipato, a Genova, a “Grandangolo 2016”, il convegno di ambito oncologico più importante a livello nazionale, perché è l’occasione per fare il punto sul trattamento standard delle principali neoplasie in relazione ai lavori più significativi pubblicati o presentati durante l’anno. Io ho portato la mia esperienza in un approfondimento sulla relazione medico-paziente che, troppo spesso, è lasciata alla sola “buona volontà” dei professionisti sanitari, sebbene essa, ne sono convinta, costituisca parte integrante del percorso di cura.

Ieri, sull’inserto Domenica del Sole 24 Ore, è apparso un articolo “La verità vi prego sulla chemio”, di Arnaldo Benini: un testo di stretta attualità e non solo per me che ero reduce dal Convegno, ma tutti coloro i quali hanno riflettuto, nei mesi scorsi, su alcuni casi di cronaca di donne che hanno rifiutato di sottoporsi a questa cura. In merito all’articolo, un amico oncologo mi ha scritto: «Concordo al 90% con quanto è scritto, ma il problema è maledettamente più complesso. Da uno studio, pubblicato sulla più importante rivista mondiale di Medicina NEJM, risulta che in un famoso Centro Anticancro Americano il 70% dei malati di tumore al polmone metastatico (che ha una sopravvivenza a 5 anni vicina allo zero) ritiene di fare la chemioterapia per guarire. Torniamo sempre al punto in questione: solo la conoscenza consente di fare le scelte giuste, ma spesso ci affidiamo più volentieri alla illusione, perché troviamo un barlume di speranza, ma la speranza può venire solo da una vera “presa in carico globale” fatta di competenza e umanità. Sono cose di cui dovremmo parlare più spesso nei rispettivi ambiti di lavoro, io e te ci proviamo, con non poche difficoltà.» Nulla da aggiungere: la sintesi è perfetta.

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