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Le primarie del Pd, ecco perché “La democrazia è qui”


Un commentatore francese, nei giorni precedenti al primo turno delle presidenziali in Francia, spiegava l’evoluzione recente del sistema dei partiti dicendo che si è passati dal sistema della domanda, quello in cui un partito provava a rispondere alle esigenze di un gruppo sociale, al sistema dell’offerta, quello in cui un singolo o un movimento spiega la sua proposta a chi voglia o possa accoglierla. Si tratta di una mutazione sostanziale dello scenario politico: il passaggio da un voto di appartenenza, spesso anche ideologico, a un voto deciso in base alla sensibilità del momento e alla risposta a bisogni sempre più specializzati se non “personali”. E’ un cambiamento generalizzato che non riguarda solo la Francia, un’evoluzione dai partiti novecenteschi al quadro politico attuale, reso più complicato dalla lunga crisi economica che semina incertezza in larghe fasce della popolazione. Quale allora il valore e il ruolo dei partiti, quelli ancora strutturati, con iscritti e simpatizzanti, con attività interna e iniziative di approfondimento e autofinanziamento come il Partito democratico? Rimanendo alla Francia, la questione arriverà ben presto al pettine. Se – come peraltro auspico fortemente – il 7 maggio, al secondo turno, vincerà Macron, ovvero un candidato senza un “vero” partito alle spalle, già a giugno, la sua “solitudine” sarà messa alla prova. Dopo le legislative, quando si dovrà comporre un Esecutivo, lo vedremo necessariamente al lavoro per costruire alleanze e lo dovrà fare appunto con i partiti, a testimonianza del fatto che seppure con codici, esigenze e forme nuove il modello non possa ancora dirsi superato. Anche guardando all’Italia, la questione è di stretta attualità. Domenica 30 aprile, si terranno le primarie per la scelta del segretario nazionale del Partito democratico. Soprattutto sui social, tra i leoni da tastiera, lo slogan scelto “La democrazia è qui” è fatto bersaglio di lazzi, ironie, fino a veri e propri insulti. Perché dà tanto fastidio che il Pd scelga il suo segretario con modalità aperte? I motivi sono diversi, ma di certo non sono estranei al mutamento in atto, anche in Italia, nella rappresentanza politica e segnatamente dei partiti. Eppure la voglia di confrontarsi, di discutere, proporre e criticare, ma comunque partecipare è ancora tanta nel nostro partito: è un patrimonio di valori e sentimenti che non possiamo disperdere. Ne ho avuto testimonianza diretta – se mai ce ne fosse stato ancora bisogno – nei tanti incontri congressuali, nelle sedi dei Circoli con gli eletti e fuori, sul territorio, con gli elettori. Non è un caso che il testo della mozione a sostegno della candidatura di Matteo Renzi a segretario nazionale del partito (http://www.matteorenzi.it/mozione/) si apra con una citazione di Gramsci (di cui ricorreva ieri l’80esimo anniversario della morte), sulla necessità per una formazione politica di saper conciliare le competenze degli intellettuali e il cuore del popolo, evitando di cadere nei due rischi opposti l’elitarismo e il populismo. «L’elemento popolare – scriveva nei Quaderni del carcere – “sente”, ma non sempre comprende o sa; l’elemento intellettuale “sa”, ma non sempre comprende e specialmente “sente”». Ecco che cosa deve intendere il Partito democratico quando parla di primato della politica: il primato di questa comprensione, che è insieme un sentire e un sapere, intellettuale e popolare. Ecco perché domenica 30 aprile andrò a votare alle Primarie del Pd e voterò Matteo Renzi. Ecco perché, pur tra manchevolezze e problemi, penso ancora che “La democrazia è qui”.

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