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Francia-Italia, la forza delle idee


I problemi non sono spariti sebbene, per il momento, sia stato scongiurato il pericolo che a guidare la grande e antica democrazia francese, nata dai principi di “Libertè, Egalitè, Fraternitè”, sia un’esponente nazionalista, populista, xenofobo, razzista… Chi non vede (o non voglia vedere, per opportunità politica) la relazione della Le Pen figlia con la cultura fascistoide (mentre dichiaratamente fascista era il movimento ereditato dal padre) compie un errore grossolano di lettura della contemporaneità, pensando oltretutto che il fascismo sia archiviabile alla voce “incidente irripetibile”. L’elezione di Emmanuel Macron alla presidenza della Repubblica francese consente quel respiro di sollievo che l’Europa, martoriata dalla Brexit e minacciata dal trumpismo, sperava di poter tirare. E con l’Europa, tirano un sospiro di sollievo anche le forze politiche che, nei diversi Paesi, non hanno raccolto la bandiera “antisistema”. Il messaggio sembra essere: il populismo, il nazionalismo, il sovranismo non sono necessariamente destinati a dilagare, nonostante le paure e la rabbia di cui si sono fatti portavoce esistano e siano la traduzione in sentimento viscerale di problemi reali delle persone. E qui cominciano i problemi (anche per Macron). Quale diga costruire contro i dilaganti -ismi? In altre parole, quali risposte dare a questi problemi reali, tenuto conto anche del deficit di credibilità della classe dirigente (si veda a questo link) dai politici ai sindacalisti, dai giornalisti agli esponenti del mondo culturale, dai professionisti ai magistrati? E tenuto conto, come dimostra anche il voto francese del primo turno (che vedremo fra un mese se le legislative confermeranno) e, in qualche modo anche quelle americane, che sono le “passioni forti” a polarizzare le preferenze degli elettori. O meglio, sono le proposte “radicali” e nette, inclusa quella europeista di Macron, e la lontananza da un partito direttamente riferibile alle tradizionali famiglie politiche. Questo spiega anche l’alta astensione e i milioni di voti nulli e di schede bianche al ballottaggio francese, ma è fenomeno anche italiano: gli elettori, pure al doppio turno, mostrano sempre più intransigenza sulla rappresentanza, la quale o coincide perfettamente con le proprie attese oppure non è attribuita. Questo però costituisce anche il fallimento della mediazione e delle alleanze, di cui occorrerebbe salvare e valorizzare, invece, l’atteggiamento positivo di condivisione e di apertura che deriva dall’assumere anche punti di vista non esattamente coincidenti con i propri. Chi si trova a “mal partito” in questo contesto sono, tra gli altri, i riformisti di sinistra (si veda il cattivo stato di salute di cui gode il PSE), cioè coloro i quali sono spinti dalla volontà di governare (insisto su questo aspetto) le sfide, e non di cavalcarle a fini elettoralistici. Le forze riformiste-socialiste europee post-ideologiche, sono al guado: contrastare l’ondata degli -ismi (nazionalismi, sovranismi, razzismi…) opponendo le sole parole d’ordine della nostra comune casa politica (si veda Corbin in GB o Hamon in Francia) oppure trasformarle in proposte concrete e attuabili, e non di mera testimonianza, senza tradire gli ideali e i valori originari. Che vanno nutriti, arricchiti e aggiornati. Il PD è nato con questo obiettivo, affrontare le sfide nel nuovo secolo, con una inedita capacità di visione: ieri, alla prima Assemblea post-congressuale che ha confermato la segreteria di Renzi, si è ripreso il cammino delle idee. Superare le disuguaglianze, rispondere al disagio, garantire i diritti e le pari opportunità di progresso personale e sociale, valorizzare i talenti dei giovani e delle donne: a ben vedere, le sfide, almeno nella enunciazione dei titoli, corrispondono a quelle passate, ma è profondamente cambiato il contesto. Il lavoro equamente retribuito e socialmente tutelato resta, allora come ora, il motore per raggiungere gli obiettivi di cui sopra, ma il lavoro è anche quanto di più si è modificato, nelle sue forme e nei suoi modi, nel corso del ‘900: da questa evidenza, le nuove forme e i nuovi modi non potranno più essere slegati non solo dalle politiche industriali ed economiche, ma soprattutto da quelle della formazione, incluse le competenze di cittadinanza, e da quelle di sicurezza sociale e di previdenza. Difficile, ma va fatto, tenendo sempre lo sguardo fisso al futuro. Non occorrono indovini, ma persone di buona volontà che non temono di porsi domande nuove. Il Pd è questo.

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