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Il valore del matrimonio e le “scelte” di vita delle donne


E’ vero che il matrimonio non può essere considerato un investimento economico (ricordate Berlusconi e il suo offensivo “signorina, sposi un miliardario!”), ma il rapporto coniugale si regge su una base mutualistica e solidaristica, anche economica, che non credo si possa semplicemente annullare con la cancellazione del contratto. Sono molte, e diversificate, le questioni sollevate dalla sentenza della Cassazione che muta le regole per la determinazione dell’assegno di mantenimento per il coniuge più debole economicamente eliminando il parametro del “mantenimento del tenore di vita tenuto in costanza di matrimonio” e virando, invece, sulla capacità di essere autosufficienti. E’ vero che la tutela economica dei figli non viene a meno, ma, forse, la questione va valutata nella sua complessità, come esperienze di vita e casi di cronaca ci insegnano. Vedo che l’associazione “Gruppo Donne e Giustizia di Modena” – a riprova che il problema sollevato è reale – è già uscita con un comunicato che cerca di rassicurare quelle tante donne che oggi si trovano alle prese con un divorzio, soprattutto quelle che, o per libera scelta o in accordo con il coniuge o costrette dalle condizioni familiari o sociali, hanno abbandonato il lavoro, a un certo punto del loro matrimonio, per dedicarsi alla famiglia e ai figli. Rientrare nel mercato del lavoro magari a un’età avanzata, dopo uno stop forzoso e prolungato, senza aver mantenuto relazioni professionali e senza aggiornamento, assomiglia molto più a un incubo che a una semplice opzione di vita. E di questo, auspico, i giudici terranno dovuto conto. Poi, certo, la mentalità generale è cambiata, il matrimonio non è più una scelta eterna, è un accordo tra due persone che, per affettività, decidono di investire in un pezzo di cammino di vita comune. Quel cammino può interrompersi, ognuno potrà intraprendere percorsi diversi, ma la tutela del più debole dal punto di vista economico – che molto spesso, anche se non sempre, è la donna – dovrebbe, comunque, rimanere un punto fermo. E’ proprio di ieri la notizia che il lavoro di una mamma, se fosse retribuito secondo i valori di mercato delle mansioni che svolge, comporterebbe un salario di 3mila euro al mese. Nessuna mamma li vedrà mai, ma che il suo impegno familiare sia così svalutato da essere salutata, a divorzio avvenuto, con un pacca sulla spalla, sembra francamente più che iniquo.

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