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La selezione della classe dirigente e le peripezie giudiziarie di alcuni politici

Giusto un anno fa, di questi tempi, scrivevo un post sul mio blog dedicato al tema – secondo me cruciale per il futuro non solo nella vita dei partiti, ma anche del valore della rappresentanza politica dei cittadini – della selezione della futura classe dirigente (a questo link http://www.manuelaghizzoni.it/2016/05/05/sulla-questione-morale-sulla-selezione-della-classe-dirigente-sulla-trasparenza/). E lo facevo partendo da tre casi di cronaca che avevano portato tre amministratori, legati al Pd, ad essere o indagati o condannati o arrestati. Sono ancora assolutamente convinta di quanto scrissi allora, del fatto cioè che “la politica, se vuole salvare la propria bellezza, deve essere in grado di selezionare, con modalità stringenti, la propria classe dirigente, a livello territoriale e nazionale”, e che “a chi vuole entrare in politica deve essere fatto lo screening non solo delle competenze, ma soprattutto dei sogni e dei valori”. Il mio era, e rimane, un ragionamento generale che ha trovato, ad esempio, nuova linfa nella recente decisione del confermato segretario nazionale del Pd Matteo Renzi di inserire, in Direzione nazionale del partito, un piccolo plotone di giovani, 20 ragazzi con un’età compresa tra i 19 e i 29 anni. Però, oggi, non volevo tornare tanto sulla questione “selezione della classe dirigente”, quanto piuttosto sui casi di cronaca da cui il mio ragionamento era partito. Su tre casi citati, che all’epoca avevano riempito le pagine dei giornali (il presidente del Pd regionale della Campania Graziano indagato per concorso esterno in associazione mafiosa; il sindaco Pd di Lodi Uggetti arrestato con l’accusa di turbativa d’asta senza finalità di lucro ma per ricavare vantaggi di consenso politico-elettorale e il segretario regionale sardo Pd Soru condannato, in primo grado, a 3 anni per evasione fiscale), ben due si sono risolti con l’assoluzione degli accusati. L’ultima in ordine di tempo è l’assoluzione per Soru che, al Foglio, racconta la sua vicissitudine giudiziaria, durata anni, da cui è uscito totalmente pulito, ma che, nel frattempo, gli è costata danni alla propria serenità personale oltre che economici. Vicenda che, peraltro, una volta conclusasi, ha meritato il consueto trafiletto nelle pagine interne dei quotidiani, quando, un anno fa, aveva guadagnato titoli di prima pagina. E’ successo a Ilaria Capua, è successo ad Renato Soru, è successo a Stefano Graziano. E’ dovere dei giudici compiere indagini per accertare qualsiasi responsabilità e conseguente violazione delle regole: dovere dei commentatori sarebbe quello di sospendere il “giudizio” in attesa del giudizio vero. Se no si rischia di celebrare processi sommari dall’inevitabile sentenza di condanna nelle piazze virtuali del web, aizzati da alcune forze politiche, sulla base dell’equazione “avviso di garanzia uguale condanna certa”. Con un rischio ulteriore, oltre a quello di aver pregiudicato ingiustamente il futuro di una persona: portare un “discredito generale” alla gestione della cosa pubblica ed allontanarne, magari, i più dotati e competenti. A far danno, in questo senso, non sono le indagini dei giudici – sia ben chiaro – ma le sentenze sommarie decretate in anticipo sui tempi dei processi.

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