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Democrazia è rispetto delle regole e degli altri: solidarietà a Rosato, l’odio non può vincere


La solidarietà è stata immediata e già attestata al diretto interessato, quindi non è di questo che voglio scrivere. Ma dovrebbero far riflettere tutti le minacce via social che un assessore in pectore del M5S in Sicilia ha indirizzato al capogruppo Pd alla Camera Ettore Rosato, in quanto promotore di una legge elettorale avversata dal suo movimmento. Per chi non avesse seguito la vicenda, la minaccia consiste nella promessa di “bruciare vivo” l’avversario politico. Ho letto anche il post successivo dell’autore delle minacce, il quale sostiene di non essere un “hater”, uno che usa un linguaggio di odio, eppure lo ha fatto. Un odiatore inconsapevole, quindi? Come è possibile che persone insospettabili, davanti alla tastiera di un telefonino o di un computer, si “trasformino” in questo modo? E’ capitato anche a me di ricevere minacce nel momento più caldo del dibattito sull’approvazione della legge 107. E proprio da una insospettabile docente, che insegna nella scuola a 100 metri da casa mia. Come è possibile che persone anche colte e preparate non comprendano che un commento detto al bar, in piazza, o su un social richiede, sempre e comunque, un’assunzione di responsabilità rispetto a quanto si afferma? Questo naturalmente se vogliamo continuare ad essere comunità. L’atteggiamento generale è, invece, di sottovalutazione del fenomeno. Non è vero che affermazioni grondanti odio rimangano confinate al “regno immateriale delle.parole” poiché esse diventano propellente per passare ai fatti. A Srebrenica, nel conflitto tra gli Hutu e i Tutsi, solo per citare casi eclatanti, abbiamo visto vicini di casa bruciare l’abitazione o diventare carnefici e aguzzini di coloro con i quali, fino a poco tempo prima, avevano pranzato insieme la domenica! L’odio, una volta messo in moto, è una valanga che rotola e trascina con sé tutto ciò che incontra. Quando è stata approvata la legge sui vaccini, alcuni colleghi usciti dalla Camera sono stati accerchiati dai manifestanti e hanno rischiato la loro incolumità. Non può essere questa la normalità dei rapporti all’interno di una comunità. Quando abbiamo inaugurato la nuova sede dell’Anpi di Carpi, una che di democrazia un po’ se ne intende, la partigiana Aude Pacchioni ha raccontato un piccolo episodio sul senso della democrazia che voglio riferire: alla fermata dell’autobus ha ripreso un ragazzo che imprecava e scalciava per il ritardo del mezzo. Lui le ha risposto “Siamo in democrazia, io faccio quello che mi pare!”. Non è vero, proprio perché siamo in democrazia (per fortuna), ognuno di noi è libero nel pensiero e nell’agire finché rispetta le regole su cui si basa la nostra convivenza comune. E il rispetto dell’altro, soprattutto quando non la si pensa come lui, è uno dei principi cardine della democrazia.

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