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“Il Quirinale: ‘Nessun patto sul Lodo Alfano'”, Di Francesco Bei

ROMA – «È del tutto falsa l’affermazione che al Quirinale si siano stipulati patti». Di fronte alla gravità delle accuse del Giornale, che ha rinfacciato a Napolitano di aver concordato con il governo il testo del lodo Alfano, al Quirinale hanno deciso che la misura era colma. E, fatto irrituale, hanno risposto punto per punto, pur senza mai citare direttamente il destinatario della smentita. Dunque Napolitano nega di aver siglato «patti» con Berlusconi, «tantomeno sul superamento del vaglio di costituzionalità affidato alla Consulta». E ricorda come andò la vicenda: «Una volta rilevata, da parte del presidente della Repubblica, la palese incostituzionalità dell’emendamento «blocca processi», il Consiglio dei ministri ritenne di adottare il disegno di legge Alfano». È vero che il presidente della Repubblica promulgò il Lodo, ma «tale promulgazione non poteva in nessun modo costituire “garanzia” di giudizio favorevole della Corte». Anche perché il capo dello Stato rispetta «l’indipendenza» dei giudici. Quanto al fatto che ci sia stato uno scambio con palazzo Chigi prima della formulazione del Lodo, questa è «una prassi consolidata di semplice consultazione e leale cooperazione, che lascia intatta la netta distinzione dei ruoli e delle responsabilità». Insomma, a ciascuno il suo.

Dal Quirinale filtra comunque una certa «preoccupazione» per l’escalation di toni dei giornali vicini al premier. E inquieta anche l’ipotesi di una riforma presidenziale brandeggiata come un’arma della maggioranza: «Le riforme condivise sono state sempre un punto fermo di questa presidenza». Intanto, mentre Napolitano ha ricevuto con soddisfazione le «scuse» da parte di Francesco Storace dopo la polemica di due anni fa (il leader della Destra è salito al Quirinale), dalla Corte escono le prime indiscrezioni sulle motivazioni della bocciatura al lodo Alfano. La Consulta si richiama alla propria sentenza del 2005 sul “caso Previti”, in base alla quale in caso di un “imputato parlamentare” il giudice deve programmare con lui i giorni di udienza.

La Repubblica, 13 ottobre 2009