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"Nessuno può dirsi soddisfatto", di Franco Garelli

E’ stato senza dubbio un incontro dal valore storico, ma che non poteva sorvolare sulle spine che da tempo ostacolano i rapporti tra la chiesa cattolica e gli Ebrei. La visita del Papa alla Sinagoga di Roma è stata abbellita dalla inedita presenza di una delegazione della grande moschea della capitale, che però non ha spostato l’asse di fondo della riflessione e del confronto. Tra i protagonisti dell’evento vi sono state molte attenzioni reciproche, importanti accenni al ruolo essenziale (sui temi della spiritualità, della pace, dell’ecologia, della solidarietà umana) che le grandi religioni storiche devono avere nel mondo; ma soprattutto gli esponenti della comunità ebraica, e in parte anche il Papa, non hanno mancato a più riprese di richiamare i problemi che oggi condizionano il reciproco riconoscimento tra le due fedi religiose.

Così Benedetto XVI, accennando ieri all’Angelus che nel pomeriggio si sarebbe recato al Tempio Maggiore, ha ricordato il clima di dialogo che oggi intercorre tra cattolici e ebrei «malgrado i problemi e le difficoltà»; mentre ancora più espliciti sono stati gli accenni ai problemi tra le due confessioni religiose fatti durante la visita da esponenti della comunità ebraica, che in vari passi dei loro discorsi sembravano riferirsi ad un clima di rapporti tra cattolici ed ebrei che si sta complicando nel tempo.

C’è chi ha parlato di «ferite ancora aperte», chi ha auspicato che non si perda il clima del Concilio; chi ha ricordato i «padri e gli zii» che durante la Shoah hanno trovato rifugio nei conventi delle suore cattoliche ma anche il «silenzio dell’uomo» (con un riferimento che a molti è sembrato rivolto a Pio XII) «che ci interroga, ci sfida e non sfugge al giudizio». Chi ancora ha detto che bisogna porre in primo piano le visioni condivise e i comuni obiettivi «malgrado una storia drammatica, i problemi aperti e le incomprensioni». «Che cosa ancora ci separa» – si è chiesto di fronte al Papa il rabbino capo di Roma, Riccardo Di Segni – «dal recupero di un rapporto autentico di fratellanza e comprensione?».

A molti dei presenti queste parole avranno richiamato il primo pontefice a entrare in un tempio ebraico a Roma dopo San Pietro, quel Karol Wojtyla che in quell’occasione (era il 13 aprile 1986) ha spiazzato gli ebrei (e molti secoli di incomprensioni) chiamandoli «nostri fratelli maggiori».

Ecco, forse ciò che è mancato nella Sinagoga di Roma ieri è stato il pathos di un incontro – come quello avvenuto 24 anni fa tra Giovanni Paolo II e il rabbino Toaff – capace di dire al mondo, anche simbolicamente, che i cattolici e gli ebrei vivono una nuova storia, che a quei tempi significava ribadire con forza la scelta del Concilio di cancellare l’accusa di deicidio al popolo ebraico e la condanna dell’antisemitismo e dell’antigiudaismo.

Ovviamente ieri Benedetto XVI non ha mancato di porsi in continuità col cammino di amicizia con gli ebrei indicato da Papa Wojtyla, così come ha deplorato a più riprese il dramma sconvolgente della Shoah, riconoscendo qualche silenzio di troppo di alcuni figli della chiesa al riguardo. Ma ha anche ricordato che la Santa Sede ha allora svolto un’azione di soccorso «spesso nascosta e discreta»; come a dire che sull’operato di Pio XII le valutazioni storiche possono essere diverse e che una forte presa di posizione pubblica da parte del Papa avrebbe potuto avere ripercussioni più negative sulla condizione degli ebrei di quelle che si sono verificate.

Pur a fronte di rapporti rinsaldati, le ombre che attualmente incombono tra la chiesa cattolica e la comunità ebraica non sembrano diradarsi, sia per i tratti culturali e gli orientamenti teologici di chi dirige le due confessioni religiose sia per una stagione storica in cui in tutti i campi sembra prevalere la voglia di distinzione. Non c’è soltanto il silenzio sulla Shoah di Papa Pacelli (che Benedetto XVI vuole beatificare) a dividere le due comunità, o l’apertura del Papa a vescovi lefebvriani che ancor oggi non ripudiano la Shoah. Ma la contesa può riguardare temi più ampi, come l’interpretazione del messianesimo, che per Israele è ancora del tutto aperto, mentre per la chiesa cattolica il messia ha un nome ed è Gesù Cristo. Oppure i problemi connessi alla politica religiosa dello Stato di Israele in Terra Santa, che – a detta della chiesa cattolica – tende a isolare o ridurre la presenza delle comunità cristiane in un ambiente che per le tre religioni monoteistiche è strettamente legato all’evento della rivelazione.
La Stampa 18.01.10

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“L’ombra di Pio XII”, di GAD LERNER
Shalom, in ebraico, è il traguardo della pace derivante dalla shelemut, che significa interezza, la pienezza conseguibile attraverso uno sforzo di completamento interiore. Il Papa cristiano che ieri ha concluso il suo intervento pregando in ebraico nel Tempio Maggiore di Roma, appariva proteso nel tentativo impervio del ricongiungimento al popolo dell’Alleanza “irrevocabile”, rimasto custode del Decalogo sempiterno anche nei secoli posteriori alla nascita di Gesù. Ma al cospetto di quell’assemblea Benedetto XVI non ha potuto citare il nome del suo predecessore novecentesco Pio XII.

“Purtroppo molti rimasero indifferenti”, ha detto, riferendosi alla deportazione degli ebrei romani il 16 ottobre 1943. Un riconoscimento di colpa cauto ma inequivocabile. Si è alzato in piedi, visibilmente emozionato, di fronte ai pochi sopravvissuti all’ecatombe di Auschwitz, anche se la sua indole professorale tedesca gli ha precluso di arricchire il testo scritto, improvvisando, con parole in grado di corrispondere direttamente alle loro lacrime.

Benedetto XVI si è dunque prodotto in un ragionamento elevato e impegnativo sul terreno della teologia che gli è maggiormente proprio, consapevole che la Chiesa deve ancora rinnovare una dottrina adeguata a spiegarsi il mistero dell’ebraismo vivo e vegeto nonostante Cristo e senza Cristo. Sulle responsabilità storiche rievocate dai suoi ospiti ha compiuto un passo in avanti, ha ribadito il mea culpa di Giovanni Paolo II, ha dato prova di umiltà, ha assicurato che il Concilio resta un punto fermo. Ma senza ancora concedere una svolta interpretativa che egli vivrebbe come lacerante.

Il messaggio più forte e commovente di parte ebraica gli era stato rivolto da Riccardo Pacifici che, pur parlando da presidente della Comunità di Roma, non ha dissimulato il suo essere un figlio della Shoah e un passionale capopopolo ghettarolo. È stato l’unico, Pacifici, a citare papa Pacelli: “Il silenzio di Pio XII duole ancora come un atto mancato”. Ha manifestato apprezzamento per l’impegno di Ratzinger contro la xenofobia e il razzismo, in difesa degli immigrati, per la libertà religiosa, per il riconoscimento vaticano dello Stato d’Israele. Ma, riferendosi al rabbino Giuseppe Laras e alle altre personalità ebraiche che hanno scelto di disertare l’appuntamento, non a caso ha voluto manifestare loro rispetto.
Se il perseguimento del shalom implica una pienezza di ricongiungimento, molto cammino deve compiere ancora l’amicizia ebraico-cristiana. E non è detto che i portavoce delle due fedi presenti ieri in sinagoga siano disposti a farsi carico delle incognite dirompenti da affrontare, tanto più che sarebbe impossibile farlo prescindendo dalla realtà del monoteismo islamico.

Gli ebrei romani non dimenticano che i cancelli del loro ghetto furono definitivamente abbattuti solo nel 1870, alla caduta dello Stato pontificio, con grave ritardo sul resto d’Europa. E che i successori di Pio IX opposero un rifiuto teologico al ritorno degli ebrei, additati come colpevoli di deicidio, dalla diaspora a Gerusalemme. Il superamento della millenaria dottrina cristiana secondo cui alla Chiesa spettava il titolo di “Vera Israele” è un percorso faticoso, reso accidentato dalla necessità di riconoscere misfatti compiuti nel nome del Vangelo. Possono le beatificazioni coesistere con l’ammissione di una lettura errata del Vangelo? E, a loro volta, quando gli ebrei saranno pronti a riconoscere familiare e profetico il messaggio del loro correligionario Gesù, attraverso cui, seppure tra mille contraddizioni, si è diffuso nel mondo l’insegnamento della Bibbia?

Definendo “irrevocabili” i doni di cui il Signore ha reso portatori gli ebrei, “scelti per primi”, Benedetto XVI pone le premesse di un’esplorazione di fronte a cui egli stesso si arresta, per cautele dogmatiche e di opportunità. Ben sapendo che l’idea della conversione esige di essere ripensata in una tale prospettiva. Ciò che oggi dispiace agli uni e agli altri.

Il dialogo che è ripreso ieri solennemente nella sinagoga di Roma resta circoscritto nell’accezione dei suoi promotori. Lo ha dimostrato il Papa quando ha ripristinato la preghiera latina per “l’illuminazione” degli ebrei e quando ha manifestato dubbi che possa esistere un vero e proprio dialogo interreligioso. Ma anche il rabbino capo Riccardo Di Segni, intervistato da “Avvenire” prima della visita di Benedetto XVI, ne ha fornito una versione assai limitativa: “Il dialogo serve per conoscerci e per rispettarci, cioè per farci più forti nelle nostre fedi”. Punto e basta.
A volte l’apparenza inganna: tra gli oppositori alla visita di ieri, criticata perché elusiva delle questioni storiche e teologiche irrisolte, ve ne sono di ben più disponibili a un dialogo che superi i rispettivi integralismi. Eppure chi ha assistito alla cerimonia sulle rive del Tevere sente di aver vissuto un altro passaggio storico importante. Se nel 1943 “purtroppo molti rimasero indifferenti”, e a dirlo per la prima volta è il successore di Pio XII, vuol dire che la comune fede nell’unico Dio tende a ricongiungere il destino di ebrei e cristiani verso la pienezza, il shalom.
La Repubblica 18.01.10