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"Il flop della Maddalena, dal G8 all'abbandono" di Paolo Berizzi e Fabio Tonacci

Soffitti crollati, cavi a vista e infiltrazioni d’acqua. Vuoti due hotel a cinque stelle, nessuno li vuole, uno è costato 742 mila euro a stanza. C’era una volta l’isola che doveva essere e non è più. C’è ora la Maddalena usa e getta. Prima tirata a lucido in abito da festa e poi, dopo il G8 fantasma traslocato all’Aquila, lasciata sola con il suo sogno infranto e i suoi cocci da raccogliere. Trecentotrenta milioni investiti – presi in larga parte dal bilancio e dai contributi per la Regione Sardegna – e neanche un posto di lavoro. A casa, da tre giorni, anche i 23 guardiani maddalenini che sorvegliavano le belle e incompiute cattedrali sul mare. Dove adesso regnano l’abbandono, l’incuria e il degrado. Di chi è la colpa del flop?

LE GRANDI INCOMPIUTE
Sono le due mega-opere costruite nell’ex Arsenale e nell’ex ospedale militare: una, la grande area dove si sarebbe dovuto svolgere il vertice dei grandi del mondo – andata in gestione per 40 anni a prezzo di saldo alla Mita Resort di Emma Marcegaglia, l’unica che da questa storia ci ha davvero guadagnato e guadagnerà – ; l’altra, l’hotel cinque stelle plus, costato, solo quello, 75 milioni, 742 mila euro a stanza e però nessun imprenditore ne vuole sapere. Uno scenario desolante che Repubblica ha documentato con un video esclusivo e con una serie di immagini. Un viaggio dentro una delle più grosse “incompiute” nella storia delle opere pubbliche (progettata, appaltata, eseguita e consegnata in poco più di un anno). E sulla quale sono aperte due indagini. Cosa ha lasciato in eredità alla Maddalena il G8 mancato? Quanto è costato? Chi ci ha speculato trasformando quello che doveva essere un volano per la stagnante economia dell’isola – già penalizzata da mezzo secolo di monocultura militare – in un affare per pochi? Quale futuro avranno le strutture tirate su in fretta e furia che ora languono nel silenzio generale e nell’imbarazzo di molti?

DOPO LA BEFFA I DANNI
Ci sono fantasmi che producono fantasmi. E i fantasmi costano. Anche solo per tenerli in vita. Era il 23 aprile 2009 quando Berlusconi annunciò lo spostamento del G8 nell’Abruzzo colpito dal terremoto. Nove mesi e 327 milioni dopo (tanto sono costati, stando ai dati della Protezione civile, i lavori alla Maddalena) la scena sull’isola “scippata” – come ripetono i 12mila abitanti e il sindaco Pd Angelo Comiti – è desolante. Il problema non sono i cantieri ancora aperti (sul lato est dell’ex Arsenale) e le ruspe che lavorano per ampliare un’area che Berlusconi aveva candidato ad ospitare una decina di incontri internazionali (finora ci hanno fatto solo il vertice italo-spagnolo). E nemmeno la nuova corsa contro il tempo per la Louis Vuitton Cup, a maggio, che tutti aspettano come un cerotto per curare le ferite. Il problema è che le strutture che dovevano accogliere Obama e gli altri sette capi di Stato versano, oggi, in condizioni penose. “Dopo il danno la beffa, e ora i danni”, chiosa l’assessore provinciale all’ambiente Pierfranco Zanchetta.

TUTTO IN MALORA
Entri nella hall dell’albergo 2, quello che avrebbe ospitato Barack Obama e la delegazione americana. Cammini sul pavimento di marmo bianco intarsiato che i potenti della terra non hanno mai calpestato. Piove dentro. L’acqua scende dal tetto dove hanno costruito la piscina. Il vento e le infiltrazioni hanno provocato danni: parti di soffitti crollati, tubi e cavi a vista perché i pannelli che li contenevano sono venuti giù. Dei tappeti disegnati da Antonio Marras – lo stilista sardo che ha curato tutti gli interni delle aree ospitalità dell’ex Arsenale militare – tra un po’ si avrà traccia solo sull’ambizioso catalogo delle opere della struttura della missione G8 (affidata all’ingegner Mauro della Giovampaola). Lo stesso vale per i quadri fotografici “navali” di Luca Cittadini. Pareti scrostate per l’umidità, calcinacci, attrezzi lasciati lì in attesa che qualcuno li riprenda in mano: così appare oggi la hall dell’hotel con vista sulla darsena che può ospitare 700 barche. “Lo stato di queste strutture è una delle tante vergogne e ora qualcuno dovrà risponderne” dice Pio Palazzolo, memoria storica dell’isola e già componente del Comitato paritetico per le servitù militari in Sardegna.

L’ARCHISTAR DELUSO
Accanto alla hall c’è un edificio che doveva essere un teatro. Le porte sono scardinate, così come quelle della “Casa sull’acqua” – o sala conferenze – la strabiliante scatola di vetro posata sul mare progettata dall’architetto Stefano Boeri. Il vero gioiello dell’ex Arsenale, costo, comprensivo dell’area delegati, 52 milioni e 100. “Gli edifici vanno usati, altrimenti deperiscono”, ragiona Boeri. Dice di aver lavorato – assieme a 1600 operai impiegati giorno e notte – “per garantire una doppia vita a queste strutture: per il G8 e per il dopo G8. Ma io non ci vado da un mese… Com’è la situazione adesso?”. Magari quello che chiamano hotel Obama, al centro dell’Arsenale, in futuro ospiterà flussi ininterrotti di convegnisti e di ricconi che approderanno qui coi loro megayacht. Ora però ha un aspetto desolante. Comunque lontano dall’aggettivo “affascinante” usato da Vasco De Cet, dirigente della Mita Resort. A piano terra la zona spa è completamente abbandonata: tutto, gli hammam, le saune, la grande vasca idromassaggio al centro della sala, parquet e vista mozzafiato sul mare, i lettini per i messaggi, quelli della zona relax, i bagni, gli spogliatoi, tutto è in balia del freddo e dell’umidità. Poi c’è la “stecca”, un edificio basso e lungo e stretto, tipo striscia. Dovevano essere piccoli appartamenti. Ma i pavimenti non ci sono ancora, un colpo di maestrale ha scoperchiato una parte del tetto e chissà con l’aria che tira che fine faranno gli intarsi in finto marmo – in realtà polistirolo – che decorano gli angoli delle pareti esterne.

CATTEDRALE NEL DESERTO
A che cosa servirà questo paradiso di cemento, pietra e vetro costruito alla velocità della luce? Centocinquantamila metri quadrati e un futuro incerto: la Louis Vuitton Cup a primavera, e poi? “Io spero che diventi un polo nautico e multifunzionale, così com’era stato pensato”, dice ancora Boeri, “ottimista” ma forse non fino in fondo. Il vero problema, però, l’opera che davvero preoccupa di più, è l’ex ospedale militare. Sedicimila e 800 metri quadri trasformati in un hotel di lusso. Facciata bianca che corre lungo la strada, con il mare di fronte ma non accessibile perché nessuno ha pensato di fare un accesso all’acqua cristallina, una banchina, una spiaggia. Un’opera da 75 milioni, 101 camere costate ognuna 742 mila euro. Spettrale. Una scatola vuota – questa sì riscaldata tutto il giorno e illuminata di notte con livide luci violette che sbattono sulla facciata. Nessuno lo vuole l’hotel. Il bando di gara, il 23 settembre 2009, è andato deserto. “A quale imprenditore conviene prendersi una struttura così, con questi costi e con tutte le pecche che presenta? Bertolaso promise che sarebbe stata fatta una nuova gara – stringe le spalle l’assessore Zanchetta – e che c’era una catena alberghiera interessata. Ma, ad oggi, tutto tace”. Intanto è cresciuta l’erba davanti alla facciata che a prima vista ricorda un po’ la Casa bianca. C’è un guardiano. Potrebbe restare lì a lungo. Se e fino a quando qualcosa si muoverà. Chi ha il dovere politico di prendere in mano il “pacco” dell’hotel e levare le castagne dal fuoco? “La proprietà è ancora della Marina militare (a differenza dell’ex Arsenale già ceduto alla Regione) – informa il sindaco Comiti – Potrebbero anche decidere di riprendersela loro e farci qualcosa. A meno che a breve diventi anche questo della Regione”.

CONTI ALLE STELLE
I costi. Tutto iniziò il 28 maggio 2008 e tutto finì, con la bella favola spezzata, il 31 maggio 2009. “Volevamo rilanciare quest’isola, farla decollare come una Davos mediterranea – dice l’ex presidente della Regione Renato Soru – e invece, se va bene, ci ritroveremo con un grande villaggio turistico avulso dalla città”. E se invece andasse male, visto che l’aria non sembra delle più elettrizzanti? “Non ci voglio nemmeno pensare. Siamo sardi e non permetteremo che queste opere, costate uno sproposito, molte anche inutili, rimangano lì a marcire dopo che il governo ha avuto la non brillante idea di dirci che eravamo su Scherzi a parte”. Il non-G8 alla Maddalena è costato 327 milioni (il conto finale era 377 ma 50 sono stati risparmiati dopo il trasferimento all’Aquila). 209 milioni sono stati spesi per demolire, bonificare (era pieno d’amianto, 22 milioni solo per questo) e ristrutturare l’Arsenale. Dice Soru: “Il colmo è che sono costruzioni compiute e inutilizzate. Nella fretta è stato speso più del necessario, e nella fretta è stato svenduto – praticamente regalandolo alla Mita Resort – l’Arsenale. La Regione, proprietaria della struttura, è stata tagliata fuori, e oggi è totalmente immobile”.

CHI CI HA GUADAGNATO
La Mita Resort, dunque. Alla società di Emma Marcegaglia è andata di lusso. La base di gara per l’assegnazione della gestione dell’Arsenale prevedeva una quota minima una tantum di 40 milioni (da versare sul conto del soggetto attuatore, responsabile per conto di Bertolaso per contratti e pagamento dei lavori) e la proposta di un canone annuale di concessione destinato alla Regione Sardegna. Si è presentata solo la Mita Resort: 41 milioni una tantum e canone da 600 mila euro l’anno alla Regione spalmato su 40 anni (50 mila euro al mese). In tutto 68 milioni. Niente male come affitto per 30 anni più 10 (indennizzo post-trasferimento all’Aquila). Che cosa ci faranno ancora all’Arsenale non è dato sapere (a parte la Louis Vuitton). “Questa struttura a regime potrà ospitare più di 5mila persone, sarà uno snodo cruciale per la nautica da diporto”, promette il manager Vasco De Cet.

DUBBI DA CHIARIRE
C’è ancora molto da capire qui alla Maddalena. Come è andata davvero l’assegnazione degli appalti? Il carabinieri del Ros, su ordine della procura di Firenze, hanno avviato un’indagine ancora aperta. Un altro problema sono i soldi stanziati per lavori che non sono stati ancora eseguiti. Sugli isolotti di Razzoli e Santa Maria, che fanno parte dell’arcipelago-parco naturale, ci sono due fari della prima metà dell’800 che dovevano essere recuperati. Novecentomila euro di spesa ma i fari sono ancora lì come prima. Una storia su cui sta indagando la Guardia di Finanza di Olbia-Tempio Pausania.

ACCAMPATI IN TENDA
Chiarissima è invece la situazione per i maddalenini che speravano, con le opere del G8, di trovare un lavoro. A fronte del maxi-investimento, oggi, non c’è nemmeno un assunto. Gli unici che avevano avuto uno stipendio (molto precario) erano i 23 guardiani della Nautilus, una subappaltata per la sorveglianza dell’Arsenale. Domenica notte sono stati liquidati con una stretta di mano da De Cet della Mita Resort. Che faranno, adesso? Sono ancora accampati fuori dai cancelli, al freddo e con le tende sollevate dalle raffiche di vento. Dicono che non se ne andranno. Ma il piatto resterà vuoto. “Con opere da 330 milioni, in proporzione, si dovevano creare almeno 500 posti di lavoro. E invece niente”. Luigi Plastina, guardiano licenziato, dorme da una settimana in tenda con la moglie, un forno da campeggio e l’acqua sotto i piedi. “Questo è il mio G8”.
La Repubblica 28.01.10