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"La Libia, il governo, l'Italia", di Marina Sereni

Non è la prima volta che la politica estera, e in particolare l’uso della forza da parte della comunità internazionale, diviene terreno di distinzione all’interno di una maggioranza di governo. La Lega espresse già sulla ex-Yugoslavia un atteggiamento del tutto diverso rispetto agli alleati del centrodestra di allora. L’Unione attraversò su questo nodo più di un momento critico nell’ultima esperienza del Governo Prodi, per le posizioni presenti nelle forze della cosiddetta “sinistra radicale”.
Tuttavia i toni e i protagonisti che si confrontano in questi giorni sul ruolo dell’Italia nella missione internazionale in Libia hanno un carattere diverso e manifestano in tutta la sua profondità il logoramento irreparabile di un’esperienza di governo fondata sul rapporto Berlusconi-Bossi (più che sull’asse Pdl-Lega).
Sin dall’inizio della crisi libica il Governo ha mostrato incertezze e contraddizioni inconcepibili per un Paese importante come il nostro. Certo, tutto l’Occidente, e l’Europa in particolare, è stato colto impreparato dalla “primavera araba”. Ancora oggi poco sappiamo e poco riflettiamo sui movimenti in atto e sui mutamenti in corso. La notizia di un accordo tra Hamas e ANP, propiziato dal nuovo governo egiziano, è soltanto il primo segnale (difficile ora dire se positivo o negativo) di ciò che sta cambiando in Medio Oriente. Gli stessi interrogativi sui pericoli di destabilizzazione per tutta l’area che possono derivare dalla situazione della Siria, il cui regime sta sanguinosamente reprimendo la rivolta, ci dicono che il mondo si è rimesso in movimento e che alle porte di casa nostra stanno accadendo fatti destinati probabilmente a cambiare il corso della storia. Non possiamo non vedere tutto questo e non possiamo non guardare con preoccupazione al fatto che un Governo screditato e diviso condanna l’Italia all’irrilevanza in uno scenario in cui ci sarebbe invece bisogno di protagonismo e autorevolezza, anche per sollecitare un’Europa il cui asse si è spostato eccessivamente verso Est, perdendo di vista il Mediterraneo con tutte le sue contraddizioni e opportunità.
Il Pd ha sin dall’inizio assunto un atteggiamento responsabile. Siamo, come dice spesso Bersani, “una forza di governo momentaneamente all’opposizione”, e di fronte alle risoluzioni delle Nazioni Unite 1970 e 1973 abbiamo nettamente sostenuto la necessità che il nostro Paese partecipasse attivamente all’iniziativa della comunità internazionale, per evitare il massacro dei rivoltosi in Libia e favorire una transizione verso la libertà e la democrazia. La situazione sul campo si è rivelata più complessa del previsto e gli Stati Uniti (giustamente a mio avviso) chiedono ai paesi europei della coalizione di intensificare il loro impegno. In questo contesto si colloca la decisione di Berlusconi di accettare di far partecipare i militari italiani ad azioni aeree contro obiettivi militari libici ed è in questo contesto che esplode il dissenso della Lega.
Nel merito vedremo la prossima settimana come si risolverà questo ennesimo scontro, quando la Camera si dovrà pronunciare sulla mozione del Pd il cui dispositivo recita: “impegna il Governo a continuare nell’adottare ogni iniziativa necessaria ad assicurare una concreta protezione dei civili, – in coerenza con le deliberazioni adottare dal Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite e le conseguenti deliberazioni del Parlamento italiano – mantenendo altresì costantemente aggiornate le Camere sulla quotidiana evoluzione del contesto libico”.
E’ paradossale che ad oggi – mentre tutti i giornali italiani e non titolano sullo scontro tra i Ministri della Lega e il Premier – non sia dato di sapere se e con quali contenuti la maggioranza è in grado di affrontare questo imminente passaggio parlamentare.
Può darsi che sulla Libia si consumi davvero la rottura tra Bossi e Berlusconi. Oppure può darsi che, com’è stato in altre occasioni analoghe, la Lega alla fine rientri nei ranghi, magari con una “mozione-ircocervo” di quelle a cui ci hanno abituato in frangenti simili (dico non dico, dico contraddico). La bocciatura di ieri da parte della Corte Europea della norma italiana sul “reato di clandestinità”, fortemente voluto dalla Lega, dimostra dove porta questo “fantasioso” modo di legiferare e scrivere documenti. Questo comincia a diventare il vero problema della Lega e del Berlusconismo: con la propaganda non si governa, tanto più sono complicati i problemi tanto più bisogna avere il coraggio di dire ai cittadini la verità. Vale per la situazione economica e finanziaria, vale per la gestione del fenomeno dell’immigrazione, vale per le situazioni di crisi internazionale.
Quale che sarà l’esito del passaggio in Aula è evidente che la maggioranza non esiste più, che il Governo vive di conflitti, sospetti, complotti, e che il Paese non ha una guida. Al Pd e alle forze che si sentono alternative al Cavaliere, alla sua concezione della politica e della democrazia, tocca di rendere credibile al più presto una diversa proposta di governo.

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