attualità, politica italiana

"La partita delle tasse", di Claudio Tito

«IL Tesoro ha una linea sola: quella della serietà e del rigore». La tensione è altissima. Le incomprensioni tra Berlusconi, Tremonti e Bossi ormai sono quotidiane. Lo scontro è diventato pubblico. E nel centrodestra tutti sono pronti al peggio. Perché tutti sono ormai convinti che la “partita delle tasse” è quella decisiva. Per il futuro del governo e della legislatura. Per gli assetti del Pdl e per le aspettative della Lega.Da giorni, però, il ministro dell´Economia ripete questa frase come un mantra. Una formula sacra intoccabile. Lo ha fatto prima delle amministrative, lo ha ripetuto lunedì scorso nel vertice di Arcore. Lo ha confermato martedì notte nel summit supersegreto con il premier e i ministri leghisti. L´idea di dare una sforbiciata alle aliquote irpef non trova la sponda del titolare del Tesoro. Che stavolta ha dovuto far fronte – con la sola comprensione di Gianni Letta – non solo al Cavaliere ma anche alle pressioni del Senatur. «Dobbiamo ridurre le tasse in modo tale – è stata la richiesta formulata dal premier con una certa decisione – che non se ne accorgano solo i commercialisti, ma anche gli elettori».
La questione del resto è ormai esplosiva. Palazzo Chigi e il Carroccio considerano l´”arma tributaria” l´unica in grado di frenare una deriva che sembra inarrestabile. Per Berlusconi, è il solo strumento che possa arginare il declino di questa maggioranza senza un cambio della guardia ai vertici dell´esecutivo. Per il Carroccio, il solo escamotage capace di controllare il malcontento che monta nella base leghista. Non a caso Bossi cerca una linea di difesa in vista del raduno di Pontida di domenica 19. lo fa con una certezza: «Si arriva fino al 2013 se facciamo qualcosa sulle tasse. Altrimenti, andiamo tutti a casa». E non è nemmeno un caso se l´altro ieri sera, i quattro commensali abbiamo passato un bel po´ di tempo a capire se e come “trasferire” i ministeri al nord. Risultato: trasloco solo per “tre” uffici di rappresentanza. Quelli di Bossi e Calderoli a Monza (forse nei pressi di Villa Reale) e quello della Carfagna a Napoli. Stop. Ma questo è il segno dell´allarme vissuto tra i lumbard. Con il Senatur strattonato da una parte e dall´altra da «due Leghe»: quella del «cerchio magico» composto dalla famiglia, Reguzzoni e Rosi Mauro, filogovernativa e superberlusoniana. E quella di «Via Bellerio», con i ministri consci della sfiducia che serpeggia tra i militanti padani.
L´altro ieri sera, quindi, il nodo è apparso ancora più inestricabile. Le valutazioni dell´Unione europea sul nostro debito, la crisi che fa fibrillare la Grecia e l´approssimarsi dell´appuntamento con la manovra di 7-8 miliardi (prima tranche di complessivi 40 miliardi) impostaci da Bruxelles non permettono alcun intervento concreto del Tesoro sulle tasse. Eppure il premier insiste. E addirittura ha suggerito di rinunciare proprio alla “manovrina” per dirottare quelle risorse sull´Irpef: «Così potremmo impiegare qui soldi per gli italiani». Dimenticando, però, che il patto per il rientro dal debito è stato proprio lui a firmarlo davanti a tutti i partner europei. «Allora si faccia qualcosa contestualmente a quell´operazione», ha riprovato.
Ma la trincea di Tremonti non si è abbassata. È convinto che le promesse elettorali del 2008 siano rispettate: già allora imperversava la crisi e ogni impegno era subordinato all´andamento della recessione. «In questo – è stato il suo ragionamento davanti agli alleati sempre più insoddisfatti – siamo coperti e lineari». Per spiegare cosa è accaduto nel mondo negli ultimi tre anni, il ministro dell´Economia spesso ricorda quel che disse Rochefoucauld a Luigi XVI alla vigilia della presa della Bastiglia. “Una rivolta? No, è una rivoluzione”. Pure il governo italiano si è trovato di fronte a una «rivoluzione» e non a un ciclo economico: una vera crisi che reclama una discontinuità radicale.
Discorsi, però, che non fanno presa sul Cavaliere. Sempre più insofferente per i “non possumus” dell´ex amico Giulio. Al punto di auspicarne le dimissioni. «Nessuno è indispensabile», si è sfogato ieri con alcuni deputati del Pdl. Ai quali ha di nuovo ventilato l´ipotesi di “spacchettare” il dicastero (Tesoro, Finanze e Bilancio) tremontiano assegnando alcune deleghe a un fedelissimo come Antonio Martino. Che non a caso ieri è andato a Palazzo Grazioli per prospettare un´altra soluzione: «Introduciamo le tre aliquote con un disegno di legge di iniziativa parlamentare presentato dal gruppo storico di Forza Italia». Un progetto che attira il presidente del consiglio. Anche perché comporterebbe automaticamente le dimissioni di Tremonti. Ma a Palazzo Chigi non tutti sono certi che la coalizione sia in grado di reggere l´urto di un tale scontro. La paura è che le agenzie di rating e i mercati possano penalizzare in modo disastroso il Paese con l´addio dell´attuale ministro.
Un timore di cui il titolare di Via XX Settembre è consapevole. Tant´è che alla cena di martedì si è presentato con una serie di tabelle che non lasciavano spazio a interpretazioni. Il quadro economico mondiale, rispetto all´inizio della legislatura – è il ragionamento svolto negli ultimi due incontri con il premier -, non è migliorato rispetto all´inizio della legislatura: prima bisognava fare i conti con il default della Lehman brothers, ora con quello di un intero paese come la Grecia. Per questo il titolare dell´Economia rammenta che le osservazioni dell´Unione europea non sono superficiali. Che la moneta unica obbliga i membri a rispettare i parametri. E che il nostro problema è il «debito». Prendendo in prestito una metafora già usata dal Cavaliere, l´Italia è come una famiglia che incassa 100 e spende 104,5: «Alla fine la Banca ti chiede un piano credibile di rientro». Senza considerare che i tassi di crescita non sono certo impetuosi: gli Stati uniti avanzano di meno del 2%. L´Italia del nord sta al 2,1% ma quella del sud supera di poco lo zero. E sebbene il “Governement revenue” di Eurostat assegni all´Italia incassi di due punti superiori alla media europea, poi però sottolinea che il costo degli interessi sul debito supera i 70 miliardi. «Allora – ha ripetuto a Berlusconi, Bossi e Calderoli – io capisco i problemi di consenso e anche quelli di Pontida, ma bisogna dare una risposta anche al risparmio delle famiglie e alla coesione sociale. Perché se si commettono errori sul risparmio delle famiglie, non vai a casa. Sono loro che ti vengono a prendere a casa tua».

La Repubblica 09.06.11

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“Pdl, Miccichè se ne va con 14 parlamentari”, di Alberto D’Argenio

“Non più succubi di Bossi”. Lite tra i Responsabili. E la maggioranza vacilla. Il leader di Forza Sud oggi andrà a palazzo Chigi: è pronto a dimettersi da sottosegretario.
Dieci deputati e quattro senatori. Sono almeno quattordici i parlamentari fedeli a Gianfranco Miccichè che usciranno dal Pdl. Lui, il leader di Forza del Sud, tra i fondatori di Forza Italia e artefice del 61 a 0 siciliano del 2001, lo dice chiaro e tondo: «Non si può più essere succubi della Lega e dei capricci di Bossi». Eccole le nuove grane per Silvio Berlusconi: alla Camera i partiti di governo tornano pericolosamente a lambire la quota di sicurezza di 316 deputati. Perché se da un lato il ribelle Miccichè assicura che «oggi rimaniamo nella maggioranza», dall´altro giura che se «prenderanno ancora in giro il Mezzogiorno ce ne andiamo». Intanto l´obiettivo è chiaro: «L´importante è distanziarci dal Pdl, non ci vogliamo più confondere con chi non rappresenta il Sud».
La strada di Forza del Sud è sempre più lontana dal governo. Miccichè garantisce che «non chiediamo poltrone». Tanto che potrebbe anche rinunciare al suo posto da sottosegretario alla presidenza del Consiglio con delega al Cipe. Oggi vedrà Berlusconi a Palazzo Grazioli e se il Cavaliere gli chiederà di lasciare lui lo farà. Per ora i suoi – che alla Camera si riconoscono per la cravatta arancione – faranno un sottogruppo al Misto, ma puntano a raddoppiare arrivando a venti e formare un gruppo vero e proprio. I primi arrivi potrebbero essere quelli dei tre deputati di Noi Sud – Iannaccone, Belcastro e Porfidia – dati in uscita dai Responsabili. E potrebbero arrivare anche nomi eccellenti come i finiani Andrea Ronchi (che però da tempo smentisce l´ipotesi), Adolfo Urso e Pippo Scalia, anche se l´operazione sembra difficile nonostante gli ottimi rapporti. Tanto che Miccichè ammette: «Sarei felice se il partito potesse contare su un politico di rango come Urso». Intanto il governo quando si parlerà di meridione, finanziaria compresa, ballerà («noi lo vogliamo condizionare»).
A questo punto alla Camera gli uomini del movimento arancione tracciano due scenari: se rimaniamo nel Misto ci sentiremo «liberi, svincolati dalla maggioranza» e voteremo di testa nostra volta per volta. Mettendo il governo ogni giorno sotto pressione. Se invece riusciranno ad arrivare a quota venti, fare un gruppo e partecipare alle riunioni di maggioranza allora si sentiranno tutelati alle decisioni prese con gli altri partiti di governo. Il punto, lamentano alcuni arancioni in Transatlantico, è che chi è in predicato di passare a Forza del Sud è messo «sotto forte pressione» da parte del Pdl. Quindi se si troverà i bastoni tra le ruote Miccichè assicura che non risponderà all´esecutivo.
Intanto la maggioranza balla anche per colpa dei Responsabili. I salvatori del governo e del premier, accorsi in maggioranza per la fiducia del 14 dicembre, sono sempre più spaccati al loro interno. Al punto che hanno dovuto rinviare di una settimana l´elezione del capogruppo. Una parte dei responsabili preme per Silvano Moffa, l´ex finiano che lasciò i futuristi in favore della maggioranza proprio la mattina della fiducia. Sul fronte opposto i sostenitori di Luciano Sardelli, attuale reggente della formazione. E le fibrillazioni dei Responsabili mandano ancora una volta la maggioranza sulle montagne russe. Tanto che ieri la presidente della commissione Cultura Valentina Aprea ha dovuto interrompere i lavori sul decreto Sviluppo perché mancavano i numeri, causa assenze dei Responsabili. La loro assenza avrebbe mandato sotto il governo sugli emendamenti.

La Repubblica 09.06.11