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"Il porcellum delle manovre", di Mario Deaglio

Le notizie sul contenuto della manovra-bis sono state diffuse, per puro caso, quasi contemporaneamente al comunicato dell’Istat sulla fiducia dei consumatori, che si colloca a un livello bassissimo. Se si rifacesse l’indagine oggi, è facile immaginare che il livello sarebbe più basso ancora. Nelle stesse ore, il Fondo monetario internazionale, senza conoscere il contenuto della manovrabis, aveva sostanzialmente dimezzato le già basse stime sulla crescita dell’Italia. Se dovesse rifare i calcoli oggi, ci collocherebbe ancora più in basso.

Negli anni d’oro della Prima Repubblica, c’erano almeno 50-70 parlamentari di tutti i partiti che sapevano «leggere» i conti pubblici.

Oggi, se va bene, i parlamentari non analfabeti in materia si contano sulle dita di una mano e i politici, per rimediare al proprio analfabetismo, si devono affidare a ministri che sono tecnici prima che politici.

Questa manovra-bis è il frutto della generale riduzione del livello di competenza e dell’aumento del livello di pressappochismo del mondo politico.

È uno sforzo da dilettanti, messo assieme in un paio di settimane, senza adeguati supporti tecnici, esclusivamente per rispondere a una pressante richiesta europea.

È una manovra messa a punto in riunioni private, il risultato di continui patteggiamenti senza riguardo per il quadro complessivo. È il «porcellum» delle manovre; così come la legge elettorale ha ingabbiato la vita politica italiana, i provvedimenti resi noti ieri sera rischiano di uccidere qualsiasi stimolo alla crescita.

Chi ha stilato il testo della manovra-bis non ha calcolato la dimensione giuridica: togliere dal calcolo delle pensioni gli anni di università riscattati significa appropriarsi di un versamento già effettuato dai lavoratori. Proporre un percorso costituzionale per la riduzione del numero dei parlamentari e l’abolizione delle province (che, se va bene, richiederà un paio d’anni, ossia più della durata della legislatura) significa prendere in giro il cittadino, che, già al minimo della fiducia come consumatore lo è probabilmente anche come elettore.

La manovra-bis non sembra poggiare su alcuna previsione di crescita, su alcuna valutazione dei contraccolpi, in termini di riduzione della domanda, che le nuove misure certamente provocheranno.

Dall’esterno si ha la sensazione di assistere ad una sorta di «mercato delle vacche»: la Lega vuole a tutti i costi che non si tocchino le pensioni e in cambio di varie concessioni su altri punti. La politica più rozza prevale sull’economia. Gli italiani lavoratori, consumatori ed elettori – avevano la legittima aspettativa di meritarsi qualcosa di più.
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da ww.lastampa.it

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“Ma è solo un provvisorio compromesso”, di Marcello Sorgi

Sarà bene non lasciarsi impressionare dalla seconda riscrittura della manovra uscita ieri dal lungo vertice di Arcore tra Pdl e Lega: si tratta di un ennesimo provvisorio compromesso tra i due maggiori alleati di governo (e prima di tutto tra Berlusconi e Tremonti), destinato quasi certamente ad essere rimesso in discussione nel corso nell’iter parlamentare del decreto di Ferragosto. Di qui al 13 ottobre, termine per la definitiva conversione in legge del testo, chissà quanti altri colpi di scena si preparano, mentre il centrodestra archivia lo scatto di reni decisionista di metà estate e torna all’eterno metodo italiano della trattativa infinita.

Nel merito, l’accordo sembra costruito per dare un contentino a tutti: esce l’odiato (da Berlusconi) contributo di solidarietà sui redditi oltre novantamila euro, si riducono, ma solo parzialmente, i discussi (da Lega e dissidenti Pdl) tagli agli enti locali, si rinviano, con la scusa di renderle più stringenti, le criticate (da tutti tranne Di Pietro) abolizioni delle Province, affidate a una norma costituzionale che non è detto vedrà la luce in questa legislatura. Entrano un ritocco delle pensioni, che bisognerà vedere come Bossi riuscirà a digerire, dopo aver passato l’estate a spiegare ai suoi militanti che grazie a lui le pensioni erano salve, riduzioni di detrazioni fiscali miste a più stringenti controlli antielusione, che serviranno a far dire a Calderoli (anche se non è vero) che è passata la sua proposta di tassa antievasione.

Ma al di là dell’effetto annuncio, quando le nuove misure saranno dettagliate, di fronte a ulteriori reazioni di contribuenti che già pagano e verrebbero ulteriormente colpiti, da sommare alla protesta nazionale dei sindaci costretti dai tagli ad aumentare le tasse locali, non è affatto da escludere un’altra marcia indietro del governo. O peggio, una volta creato allarme tra le più note categorie di evasori – sempre gli stessi, sempre perfettamente individuabili – dal miraggio della tassa antievasione potrebbe sortire, miracolosamente, nientemeno che un nuovo condono. Infine, come voleva Tremonti, e al contrario di quel che chiedeva Berlusconi, che su questo punto non è stato accontentato, non si interviene sull’Iva. Non ci vorrà molto a capire – basterà qualche nuova sventola dei mercati – che anche questa nuova versione della manovra non basta. S’è fatto troppo poco e troppo tardi.

Politicamente, al di là delle solite uscite di propaganda per cui tutti si dichiarano contenti, è abbastanza chiaro che la Lega ha avuto sugli enti locali meno di quanto ha dovuto cedere sulle pensioni. E che la lunga mediazione della scorsa settimana, ad opera del segretario Pdl Alfano, se è servita a qualcosa, ha portato a un risultato diverso da quello, abbastanza modesto, con cui si era conclusa. Quanto a Berlusconi e Tremonti, dopo giorni in cui lo stato dei rapporti tra i due era tale che neppure si parlavano al telefono, in conclusione hanno dovuto abbozzare. E rendersi conto che in questa situazione, e con l’autunno che si prepara, come dicevano gli antichi, «simul stabunt, simul cadent». Non rimane loro che puntellarsi a vicenda, per affrontare come possono i rovesci della crisi e le insidie di un comune declino. Non è detto che serva, ma non hanno alternative.

da www.lastampa.it