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Bersani: «Sul lavoro si cambia in Parlamento o tanto vale chiuderlo», di Simone Collini

Il telefonino squilla ma Pier Luigi Bersani non risponde. Continua invece a seguire gli interventi di sindaci e presidenti di Provincia del Pd riuniti a Genova in vista delle prossime amministrative, anche se sa che a Roma sta per cominciare il Consiglio dei ministri che deve varare la riforma sul lavoro. Passa ancora qualche minuto e il leader del Pd viene avvicinato da un membro del suo staff: «Ti sta cercando Monti». Uguale, niente.
Al presidente del Consiglio Bersani ha già spiegato in diversi colloqui che per il Pd è inaccettabile la sola «monetizzazione» per i licenziamenti per motivi economici, che se il testo uscirà da Palazzo Chigi come annunciato alle parti sociali, in Parlamento il suo partito presenterà un emendamento che garantisca il reintegro per chi è stato licenziato senza giusta causa, che ben più importante dell’intenzione di lanciare un messaggio ai mercati è l’esigenza di tener conto del disagio tra i ceti popolari, che bisogna fare attenzione a non introdurre elementi di «destabilizzazione» e che proprio perché siamo in una fase di recessione bisogna salvaguardare la coesione sociale. Tutto questo Bersani a Monti lo ha già detto.
CON I LAVORATORI
Fuori dal padiglione fieristico di piazzale Kennedy si forma un gruppetto di operai della Fincantieri e delle riparazioni navali. Vedono il simbolo del Pd all’entrata, chiedono di incontrare Bersani. Che questa volta si alza dalla sedia, abbandona i lavori ed esce all’aperto. Il copione è quello già visto, con le richieste di «staccare la spina» al governo e le minacce di non votare più Pd se venisse avallata l’operazione sui licenziamenti. «State tranquilli che quando si arriva al dunque, noi stiamo con i lavoratori, e ci siamo capiti».
E l’articolo 18?, urla uno. «Sono sicuro che si vorrà ragionare su questo, sennò chiudiamolo il Parlamento… non so se poi i mercati si tranquillizzano… comunque il Parlamento c’è e noi discuteremo».
E Napolitano che dice non ci sarà «una valanga di licenziamenti facili»? «Voglio ben credere che non ci sia, e credo che il Presidente Napolitano abbia detto una cosa saggia. Tuttavia, bisogna che noi le norme le sorvegliamo. Se si va verso il modello tedesco va bene, se entriamo in un film all’americana no. Stiamo in Europa e non intendo spostarmi da qui». Prima di salutarli e rientrare, li rassicura: «Noi teniamo botta».
«CON GLI ITALIANI»
Intanto a Roma è cominciato il Consiglio dei ministri. Dopo oltre cinque ore di riunione a Palazzo Chigi il testo sulla riforma del lavoro esce sotto forma di disegno di legge e non di decreto, e questo viene giudicato da Bersani un dato positivo («ora si può discutere»), quanto a suo giudizio, checché ne dica il Pdl, scontato («la materia è delicata e ci sono norme che scattano dal 2017, sono difficili da trovare i requisiti di emergenza»). Ma esce anche con la norma sui licenziamenti per motivi economici, che prevede per il datore di lavoro la sola condanna al pagamento di un’indennità, senza possibilità di reintegro. È quello che Bersani non voleva, è quello che sapeva Monti avrebbe fatto. Però va sul palco, ripete che sarebbe «una curiosa soluzione chiudere il Parlamento per rassicurare i mercati» («il governo rifletterà, nessun decreto è uscito dalle Camere uguale a come era entrato») e chiude l’assemblea degli amministratori locali del Pd dicendosi tranquillo: «Leggo sui giornali di un Bersani isolato, desolato, tribolato. No, sono tranquillissimo perché sono con gli italiani, noi siamo con gli italiani». Una frase di quelle che strappano l’applauso (e infatti) ma anche una frase dettata dall’osservazione dei sondaggi che circolano in questi giorni, dalla consapevolezza che anche tra l’elettorato degli altri partiti le modifiche all’articolo 18 vengono guardate con preoccupazione. «Non vogliamo farne una questione di bandierine del Pd, dico a tutte le forze politiche che riguarda anche loro, riguarda anche le persone che rappresentano loro. Non può esistere a nessun titolo, neanche per i licenziamenti economici, una soluzione unicamente di monetizzazione».
Agli altri dice però anche che il Pd è «un partito di governo» («non siamo agit prop né facciamo le cose in nome di un sindacato») e che se qualche «finto amico o avversario un po’ nascosto» punta ad «azzoppare chi tiene unito il Paese» deve fare attenzione a «giocare col fuoco», a «inventarsi un’altra eccezionalità italiana», perché in questa situazione «può venire fuori qualcosa che assomiglia più al populismo che alla tecnocrazia». Più esplicito e diretto il messaggio a Pdl e Lega: «Se l’Italia è finita sul ciglio del baratro è per colpa di chi diceva che i conti erano a posto e i ristoranti pieni. E ora non consentiremo di accorciare la memoria. Se c’è qualcosa da criticare a Monti noi possiamo farlo. Pdl e Lega no».

L’Unità 23.03.12