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"Il complotto del petrolio per negare l´allarme clima", di Federico Rampini

Ha entrate annue che sfiorano il mezzo “triliardo” (quasi 500 miliardi di dollari), superiori alla maggior parte degli Stati-nazione del pianeta. Le agenzie di rating le danno un voto di solvibilità superiore al Tesoro degli Stati Uniti. Per gli ultimi 60 anni è stata quasi sempre la multinazionale con più profitti e con il massimo valore in Borsa (solo di recente sorpassata da Apple). È soprattutto «un´entità sovrana indipendente, che tratta gli Stati Uniti da potenza a potenza, ha la sua politica estera autonoma, e un´organizzazione interna simile a quella di un grande apparato militare». È la Exxon, la compagnia petrolifera più grande di tutti i tempi e l´avversaria implacabile delle riforme ambientaliste. Un colosso capace di esercitare un potere di veto non solo sui governi del Terzo mondo, non solo sul Congresso di Washington, ma perfino sulla scienza.
La rivelazione contenuta in una grande inchiesta americana è proprio questa: il ruolo sistematico del gruppo petrolifero nel falsificare per anni la scienza sul cambiamento climatico, finanziare ogni sorta di teorie negazioniste, influenzando l´opinione pubblica e interferendo sul dibattito politico americano. Con una «doppiezza» clamorosa: al suo interno, intere task-force di geologi della Exxon studiano come arricchire la compagnia grazie al cambiamento climatico. I recenti accordi con Vladimir Putin per lo sfruttamento di giacimenti sotto l´Artico, sono il primo “dividendo” che la Exxon incassa da quel riscaldamento ambientale che ha cercato di confutare per anni. Le rivelazioni sui segreti della Exxon sono contenute nel libro “Private Empire” (“Impero privato”) che esce in questi giorni negli Stati Uniti.
L´autore, Steve Coll, è una grande firma del giornalismo investigativo, ha già vinto due premi Pulitzer, tra i suoi libri-inchiesta più importanti ce n´è uno sul clan dei Bin Laden e uno sulle guerre di George Bush. È anche presidente della New America Foundation, un think tank di Washington. Questo libro monumentale (700 pagine) è il frutto di anni di ricerche, 400 interviste, incluse tra queste anche numerose fonti interne alla stessa Exxon.
Fra i temi affrontati c´è il ruolo della multinazionale petrolifera nel sostenere regimi dittatoriali che opprimono i loro popoli, si reggono al potere con le armi e le violenze di massa. Più volte ong umanitarie come Human Rights Watch hanno denunciato la Exxon per i legami avuti con despoti feroci in Indonesia (pre-democrazia), Venezuela, Guinea equatoriale, Ciad, nonché con la Russia di Putin. In certi casi perfino la politica estera degli Stati Uniti è stata sabotata dalla «politica estera della Exxon». Lo stesso George W. Bush, il presidente più amico dei petrolieri nella storia d´America, nel 2001 sbottò con il premier indiano: «Nessuno riesce a influenzare le scelte della Exxon». Un caso limite è quello del Ciad nel 2006, quando il dittatore locale, il generale Idriss Déby, fu messo sotto pressione dall´Amministrazione Bush e dalla Banca mondiale perché destinasse almeno una parte della rendita petrolifera all´istruzione e alle cure mediche per il suo popolo, anziché all´acquisto di armi. La Exxon «staccò» un assegno di 700 milioni di dollari per Déby, permettendogli così di ignorare Bush e la Banca mondiale.
Al centro delle rivelazioni di Coll c´è la lunga guerra di Exxon contro la scienza. Un´operazione condotta per anni in modo segreto, usando come schermo dei «centri studi» pseudo-indipendenti, potenti agenzie di lobbying, comitati di azione per il finanziamento dei politici. Un´offensiva organizzata con metodi pressoché «militari», da parte di una multinazionale che Coll descrive come «una potenza costruita sulla segretezza aziendale, severe regole di sicurezza interna equiparabili alle scatole nere che sono le agenzie di intelligence delle superpotenze». Il chief executive che ha impresso l´influenza maggiore è stato Lee Raymond, lui stesso un ingegnere chimico di formazione, «convinto di avere personalmente le conoscenze sufficienti per giudicare gli scienziati climatologi». Mezzi pressoché illimitati furono messi al servizio di una vasta campagna di disinformazione, depistaggio, denigrazione: con l´obiettivo di promuovere una «contro-scienza», con un «bacino di esperti alternativi», cioè scienziati negazionisti disposti ad assecondare gli interessi di Big Oil.
Quella campagna iniziò nel 1993 ma ebbe un´accelerazione e un´escalation di mezzi a partire dal 1997, in coincidenza con gli Accordi di Kyoto. Anche altre potenze del petrolio, delle energie fossili, dell´automobile, si opposero a Kyoto. «Ma la campagna della Exxon – dice Coll – fu unica per il suo attacco alla scienza. Sia in prima persona, sia attraverso l´American Petroleum Institute (una Confindustria dei petrolieri, ndr), cominciarono a finanziare ogni sorta di gruppi e associazioni neoliberiste, piccoli e grandi, tutti uniti dalla stessa strategia: sfidare la validità della scienza sul cambiamento climatico, mettendo in dubbio sia le responsabilità dell´inquinamento industriale sia l´esistenza stessa di un riscaldamento da CO2». Coll ha raccolto le prove che «furono usati metodi e tattiche prese in prestito dall´industria del tabacco quando si adoperò per ritardare la presa di coscienza dei danni del fumo, in certi casi furono addirittura le stesse persone o le stesse organizzazioni che passarono da una campagna all´altra». Nessun altro però ebbe la formidabile efficacia dispiegata dalla Exxon nel mobilitare una vasta coalizione anti-Kyoto. «Finanziando generosamente piccoli gruppi di scienziati scettici, spesso privi di competenze e qualificazioni specifiche, offrendo loro campagne di comunicazione e relazioni pubbliche, Exxon diede a queste voci un peso sproporzionato nel dibattito scientifico». Il risultato finale: «Riuscì a creare l´impressione nei mass media e nell´opinione pubblica che la comunità scientifica era lacerata da una tremenda controversia, laddove invece questa controversa era marginale e in via di superamento».
Non solo durante i due mandati presidenziali di Bush, ma anche nell´Amministrazione Obama il potere di veto della Exxon si è rivelato insormontabile: impossibile far passare al Congresso la normativa «cap-and-trade» con cui Obama avrebbe limitato le emissioni carboniche; impossibile anche abolire i 4 miliardi di sussidi annui che il contribuente americano versa a Big Oil (come se non bastassero i pingui profitti delle compagnie). Di fatto, osserva Coll, gli Stati Uniti hanno tutti gli svantaggi di una «compagnia petrolifera di Stato» che condiziona prepotentemente le loro decisioni politiche, senza avere su di lei alcuna influenza: «La stazza di Exxon, il suo ruolo dentro il sistema politico, la percentuale del Pil che rappresenta, la sua presenza nel mondo intero la rendono simile a un ente di Stato; salvo che si oppone ad ogni regolamentazione e controllo sulle sue attività». La beffa finale, riguardo al cambiamento climatico, è che la Exxon ne trarrà benefici immensi.
Le sue équipe geologiche hanno studiato da tempo gli effetti del riscaldamento del pianeta, anticipando di anni che lo scioglimento dei ghiacci artici avrebbe reso più facile sfruttare quei giacimenti sottomarini. Ora la Exxon ha potuto annunciare un patto con Putin, che le apre l´accesso alla zona russa dell´Artico, «e riserve sottomarine pari a molti miliardi di dollari». Dunque alla fine Exxon si è «convertita» al cambiamento climatico. Invece nel dibattito elettorale americano la destra continua a recitare i dogmi impartiti dagli indottrinatori dei think tank negazionisti: non solo gli estremisti come Rick Santorum e Newt Gingrich già eliminati dalla gara per la nomination, ma anche il vincitore Mitt Romney che affronterà Obama a novembre, continua a ripetere la lezione che la Exxon ha dettato per anni: «Noi non sappiamo che cosa causa il cambiamento climatico, e spendere miliardi per ridurre le emissioni di CO2 è sbagliato». In molti Stati, la destra repubblicana è riuscita a imporre che nelle scuole i prof debbano presentare una versione «imparziale» sul cambiamento climatico, dando pari peso alle teorie negazioniste. L´investimento della Exxon è stato ben remunerato.

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“PENSANO SOLO AI PROFITTI E NON AL FUTURO DELL´UMANITÀ”, di MARK HERTSGAARD
È soprattutto per colpa della Exxon-Mobil se gli Stati Uniti – e di conseguenza il mondo intero – non hanno preso iniziative forti contro la devastante minaccia dei cambiamenti climatici. Ovviamente anche le altre compagnie produttrici di combustibili fossili hanno contrastato l´imposizione di limiti alle emissioni di gas a effetto serra, responsabili del riscaldamento globale. Ma nessun´altra azienda si è mostrata aggressiva o intransigente quanto la Exxon-Mobil nel negare la consolidata evidenza scientifica che sta dietro ai cambiamenti climatici. Nessun´altra azienda ha speso così tanti milioni di dollari per seminare il dubbio fra politici, giornalisti, imprenditori e cittadini. E considerando che nessun´altra azienda in tutta la storia umana ha mai avuto così tanti milioni di dollari a sua disposizione, non c´è da stupirsi che i suoi sforzi abbiamo dato frutti. Dopo vent´anni di propaganda l´opinione pubblica americana rimane confusa e divisa sui pericoli dei cambiamenti climatici. E il Governo federale non è riuscito a prendere misure serie per combattere un problema che al ritmo con cui sta progredendo renderà il pianeta inabitabile entro la fine di questo secolo.
Beninteso, i dirigenti della Exxon-Mobil e delle altre compagnie petrolifere sanno benissimo che il riscaldamento globale rappresenta un pericolo reale. Come facciamo a saperlo? Grazie ai documenti interni che sono stati rivelati nel corso di un processo e che sono stati pubblicati dal New York Times. All´inizio degli anni 90, la Exxon-Mobil fu tra i fondatori di un gruppo di imprese, la Global Climate Coalition, che aveva come scopo di acquietare i timori dell´opinione pubblica per il riscaldamento globale e di bloccare iniziative ufficiali come il protocollo di Kyoto. Nel 1995, due anni prima che i leader mondiali firmassero il protocollo, la Global Climate Coalition ricevette un rapporto dal suo comitato di consulenza scientifico: questi scienziati accuratamente selezionati informavano la Exxon-Mobil e gli altri che le prove scientifiche del fatto che il riscaldamento globale era causato dall´attività umana in realtà erano «ben fondate e incontestabili». Come reagì la Global Climate Coalition a questa scomoda verità? Semplice: il consiglio di amministrazione ordinò che non venisse diffusa pubblicamente.
E la Exxon-Mobil ha continuato con i suoi metodi truffaldini anche dopo che il Parlamento americano aveva bocciato il protocollo di Kyoto. Anzi, li ha potenziati ancora di più. Un promemoria su cui Greenpeace è riuscita a mettere le mani rivelava che questa campagna prevedeva il foraggiamento di scienziati «indipendenti» e centri studi della destra che mettevano in discussione le basi scientifiche della riduzione delle emissioni di gas. Avremo raggiunto la vittoria, diceva il promemoria, quando il cittadino medio avrà compreso che la climatologia è una scienza piena di «incertezze» e giudicherà misure come il protocollo di Kyoto «fuori dalla realtà». La Exxon-Mobil, secondo Greenpeace, ha speso almeno 23 milioni di dollari fra il 1998 e il 2007 per sostenere questa campagna, nonostante le ragioni scientifiche per preoccuparsi dei cambiamenti climatici diventassero sempre più solide. Di fronte al consenso crescente del mondo scientifico e alle esortazioni dei gruppi ambientalisti affinché smettessero di anteporre i loro profitti al futuro ambientale dell´umanità, altre grandi compagnie petrolifere e case automobilistiche hanno ripudiato il loro precedente scetticismo.
La Exxon-Mobil, invece, ha continuato dritta per la sua strada. Quando le elezioni del 2000 hanno portato alla Casa Bianca i petrolieri George W. Bush e Dick Cheney, il colosso del petrolio è diventato ancora più aggressivo. La Exxon è solo l´esempio più estremo del comportamento dei colossi dei combustibili fossili, che considerano i loro profitti prioritari rispetto al futuro dell´umanità. La Exxon-Mobil e le altre compagnie petrolifere sono dinosauri che appartengono all´ordine energetico del XX secolo. Se lasciassimo decidere a loro non rinuncerebbero mai ai combustibili fossili che stanno arrostendo il nostro pianeta. Ecco perché non dobbiamo lasciar decidere a loro.
L´autore è ricercatore alla New American Foundation
(Traduzione di Fabio Galimberti)

La Repubblica 04.05.12

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